Un autobus chiamato...

Si recava al lavoro in autobus, a metà pomeriggio. Da qualche settimana era la seconda badante di un anziano solo: dalle cinque alle nove gli faceva da mangiare e lo preparava per la notte, poi ritornava a casa; il tutto per pochi soldi, però sei in regola e hai la cena gratis! le avevano ricordato i parenti che l'avevano ingaggiata. Non era il lavoro che voleva, ma si era rassegnata: alla mia età bisogna prendere quello che viene... è già un miracolo che non mi abbiano preferito una rumena... sospirava. Come sempre era salita dalla porta posteriore, perché scendere da quella, una volta arrivata a destinazione, le permetteva di risparmiarsi qualche metro di strada a piedi; la sua gamba destra, leggermente atrofizzata per i postumi di un incidente, la ringraziava per l'attenzione. Era una di quelle linee che collegano tra loro periferie malconce, abitate perlopiù da migranti di tutte le epoche, e a quell'ora l'atmosfera nell'autobus era babelica: i bambini uscivano dalla scuola materna, dall'asilo nido, dall'elementare a tempo pieno e l'aria si saturava di voci, dialetti, idiomi diversi poiché la maggior parte dei bimbi rispondeva in italiano alle domande che mamme e nonne ponevano nella lingua natia. Pochi i maschi adulti, non è affare da uomini curare i figli; e quando c'erano, quasi sempre accompagnavano la moglie, supportandola per far entrare nella vettura carrozzine ingombranti, talvolta a due posti.

Cristina non riusciva a trovare da sedersi, poi una ragazza araba le aveva ceduto il posto sorridendo; era vicino al finestrino, doveva oltrepassare un altro ospite per arrivarci; si era intrufolata a fatica... Grazie... Prego... Che bolgia! Che stanchezza! Di fronte a lei un africano con una bimba, presumibilmente sua figlia. La bambina non stava ferma un momento, trafficava con il suo giubbotto, si alzava, si risedeva, urtava Cristina, e il padre chiedeva scusa, imbarazzato: Sorry!... scusi... sit down, Grace! Nigeriani, aveva pensato Cristina infastidita: aveva estratto dalla borsa lo smartphone e si era subito immersa in un gioco per estraniarsi dal vocio assordante: aveva giusto il tempo per provare a migliorare il suo record personale.

Improvvisamente il livello del cicaleccio si era abbassato, inframmezzandosi a incomprensibili ma affannate esortazioni, con le donne che raccattavano velocemente zaini e cartelle e indirizzavano i bambini verso le uscite; alzato lo sguardo, Cristina aveva compreso: erano stati individuati, sul marciapiede, due vigilanti dell'azienda tranviaria; non appena arrestatosi alla fermata, l'autobus si era velocemente svuotato di una buona metà dei suoi occupanti: chi non aveva pagato il biglietto si era affrettato a scendere. Lei era a posto, tranquilla, e aveva offerto con aria annoiata il suo abbonamento mensile al rilevatore di uno dei controllori, un signore di mezza età probabilmente prossimo alla pensione. Il suo collega era un ragazzo smilzo che stava verificando il biglietto al signore africano: è scaduto sa, questo abbonamento, gli aveva detto con gentilezza, non se ne è accorto? No... non credo, non so... l'uomo era impacciato nella risposta, la bimba aveva interrotto il gioco per guardarlo. Dovrei... mi dà un documento per favore? No, non le do nessun documento... aveva risposto con aria contrariata; allora devo chiederle di scendere dall'auto... Il nigeriano aveva fulmineamente allungato il braccio e si era ripreso l'abbonamento: lasciatemi in pace, aveva urlato, l'abbonamento non è scaduto... non so...

Anche Cristina aveva interrotto il suo gioco e, alzando gli occhi dal cellulare, aveva incrociato lo sguardo dell'uomo colmo di stanchezza, di sfida, di esasperazione; lo sguardo di un animale braccato..., aveva pensato lei, d'altronde, aveva solo da fare il biglietto... Cercava di riprendere il gioco, ma non riusciva a staccare gli occhi dalla scena: il controllore più giovane aveva cercato il supporto dell'anziano, e lui gli aveva fatto cenno di lasciar perdere: i due africani erano vestiti bene, puliti, non avevano l'aria di due disperati, non fosse stato per quello sguardo... Dove l'ho già visto quest'uomo? si chiedeva Cristina, ma poi: invento, io non riconosco nemmeno i bianchi, figuriamoci i neri... eppure... Non le dico niente per rispetto della bimba, stava argomentando il controllore giovane, ma cerchi di essere in regola la prossima volta; lui aveva annuito, sconfitto più che se avesse dovuto subire una sanzione. Cristina aveva suonato per chiedere la fermata, Grace si era spostata per farla passare, l'uomo non aveva nemmeno alzato lo sguardo, lei era smontata avviandosi al lavoro. E l'episodio, uno dei tanti che le erano successi nella soap opera "un autobus chiamato qualche cosa" (non certo desiderio, aveva sospirato tra sé) in onda nella sua vita almeno due volte al giorno, si era quietamente nascosto in un anfratto della sua memoria.

Speriamo che il vecchio dorma ancora..., aveva aperto cercando di fare meno rumore possibile, ed era entrata con circospezione; Samanta, l'altra badante che lo seguiva dalle otto del mattino all'una, andando via lo accompagnava al riposino quotidiano: Come i bambini dell'asilo, diceva lui contrariato; ma sapeva di non avere scelta. Spesso lo trovava così, disteso sul letto, vestito e addormentato, la televisione che ronzava a volume bassissimo, i due gatti accoccolati sulle gambe. Questo le dava ancora qualche momento di requie, anche se i due animali, sentendo la porta aprirsi, in genere saltavano giù per salutarla svegliandolo. Quel giorno invece Livio la stava attendendo al tavolo, il capo reclinato quasi stesse pisolando seduto: Buongiorno ingegnere, aveva salutato lei sottovoce entrando nella cucina; Buongiorno Cristina, la sua risposta alzando appena la testa, mi sono alzato per bere un caffè e me lo sono versato un po' addosso... 'ste maledette mani che tremano... adesso dovrà aiutarmi a cambiarmi la camicia... altro lavoro per lei... Non si preoccupi, ingegnere, sono qui per questo... buongiorno Tequila... buongiorno Mojito... I due gatti erano saltati sul tavolo per farsi accarezzare. Per lei in questa casa solo i gatti sono degni di essere chiamati per nome, vero? si era stizzito lui, io non posso che essere l'ingegnere rincoglionito... Noooo, non dica così... è... è abitudine... E non riesce proprio a cambiarla la sua abitudine? È sverso, aveva pensato lei, che palle! e poi, accomodante: La prego ingegnere, non è stata una bella giornata la mia... e anche sull'autobus... un casino... Improvvisamente aveva sentito aggrovigliarsi dentro una collera disperante, corrosiva: Sì, tutta questa gente a quest'ora... tutti 'sti negri... Perché dice così? perché li chiama negri con tutto questo disprezzo? è povera gente, che si arrabatta come può... come lei... e in modo diverso come me... Non è vero!, aveva esclamato lei improvvisamente furibonda, non sono tutti così poveri! davanti a me oggi per esempio c'erano un padre con la figlia piccola che mi sarà venuta addosso trenta volte... e non erano poveri... e nemmeno disperati... si vedeva... e non avevano nemmeno fatto il biglietto... e il tipo... Quale tipo? chi? aveva interrotto Livio. Lui, il padre... ancora un po' metteva le mani addosso al controllore... e quello l'ha lasciato andare via... per rispetto della bambina, ha detto... era un ragazzo giovane, il controllore, avrà avuto paura... con tutto quello che succede... Perché? cosa succede? aveva chiesto lui, alzando appena la voce, a me non giungono notizie di una guerra civile in corso... Sì certo, lei dice così perché quando deve andare da qualche parte chiama un taxi, ma io... io giro tutto il giorno... e... sono stanca, ingegnere, proprio stanca... senta, finiamola qui per piacere, aveva chiuso Cristina, cambiamo la camicia e andiamo a fare un giretto, ok?... lungo Po o lungo Dora?

Lungo Po, è più largo; erano usciti nell'aria tiepida di inizio autunno, le ombre già lunghe. Camminavano fianco a fianco, lui spingendo la sua carrozzella, Cristina attenta a fargli evitare inciampi; quando si fosse stancato, ci si sarebbe accomodato e avrebbe spinto lei; chiacchieravano di nulla, guardando le anatre nel fiume, le nutrie sulle sponde, impegnandosi -lui per bon ton, lei per accondiscendenza- a ripristinare l'equilibrio del pomeriggio: Dicono che l'inquinamento... Quanto sarebbe bella la natura... O forse no, anche noi siamo natura... ma poi Livio si era fermato all'improvviso, come pungolato da un ricordo tardivo, ed era tornato sull'argomento: Non può essere stato davvero per rispetto della bambina che il controllore li ha lasciati andare? Che dice, ingegnere? di che parla? Di quello che le è successo in autobus... Ah... oh, per carità... che ne so io... me ne ero già scordata... ma perché gliene importa tanto di quelli lì? Perché non sono quel-li-lì, cercava di argomentare Livio intestardendosi, sono persone, un padre e la figlia... e chissà dov'è la moglie, la madre della bambina, magari non c'è più, è morta, chissà che storia c'è dietro... e mi spiace che lei li giudichi così, affrettatamente... perché lei, Cristina, lei è una bella persona, non è nel suo modo di fare, questo... Ma non è questione di persone belle o brutte, era sbottata lei infastidita, ognuno di noi ha storie dietro di sé, anche lei... anche io... mio nipote che invece di lavorare gioca alle slot machines... il mio matrimonio che è finito... e per fortuna perché non lo reggevo più... la difficoltà di trovare da lavorare... ma mica me la prendo con gli altri... e se vado in un altro paese mi adeguo alle abitudini che hanno lì... e pago il biglietto sull'autobus... mi sembra che sia lei che giudica affrettatamente... senza sapere... E cosa non so? inquisiva Livio. Di nuovo Cristina aveva sentito assalirla il livore, la rabbia per la sua vita così ammorbata da una quotidianità diventata velenosa, indigeribile: Non sa quanto sia difficile vivere adesso, senza certezze anche piccole... quanto è difficile per la gente che non ha possibilità economiche, per le persone come me... non per lei, o per i suoi figli... che però hanno voluto le badanti italiane, perché pensavano che una straniera avrebbe potuto fregarle i soldi e sparire... o raggirarla e farsi sposare per interesse... e lei non ha mica reagito a questa cosa... perché è facile fare il... il... be', non posso dirlo... aveva riso lei. Perché? non c'è nulla che lei non possa dire! lo dica, per piacere... No, non posso dirlo perché è una frase volgare... E la dica lo stesso, l'aveva esortata Livio, anche lui divertito, voglio saperla... Se ci tiene... è facile fare il finocchio col culo degli altri, ecco cos'è facile, è facile decidere per gli altri senza rischiare nulla di sé perché si è coperti dalla propria situazione... giudicando che il mondo sta diventando razzista perché la gente tenta di difendersi, perché è sola, perché non ha aiuto... lei gli aiuti li ha... non gliene faccio mica una colpa, sa... però non può capire... non può sapere... Livio taceva, pensieroso; Cristina ne aveva approfittato per chiudere una volta di più con quel discorso: è stanco, ingegnere? si sieda che la spingo io, che comincia a rinfrescare l'aria... Lui aveva ubbidito senza protestare, e si erano avviati silenziosamente verso casa.

Qualche giorno dopo avevano scelto il lungo Dora: il tempo minacciava pioggia, ma non avevano voluto né rinunciare alla passeggiata né allontanarsi troppo da casa. Sa, ingegnere, chi ho rivisto oggi in autobus? aveva chiesto lei; e senza attendere risposta: il suo protetto nigeriano, con la bambina... e mi ha anche parlato... perché lo conosco, sa? abbiamo lavorato insieme nello stesso ufficio per un mesetto, poi lui se ne è andato... Ma dài! aveva esclamato Livio, e lei non l'aveva riconosciuto? Sì e no, mi pareva mi ricordasse qualcuno, ma io non sono fisionomista... e poi è roba di una decina d'anni fa, più o meno... e poi a me i neri, ma anche i cinesi, mi sembrano tutti uguali... avevo pensato di sbagliarmi... comunque è pieno di guai... Mi racconti, Cristina... Beh, lui è uno che stava bene in Nigeria, era venuto qua per studiare e si è laureato, ma poi ha avuto dei problemi con la sua famiglia laggiù... tipo che quando suo padre è morto i fratelli gli hanno fregato l'eredità... una cosa del genere... così ha perso il sostegno economico: allora ha cercato lavoro... ma aveva delle ambizioni, giuste per carità, si era laureato qui e cercava di farsi riconoscere le proprie competenze... però l'azienda... Ma in cosa si era laureato? aveva interrotto Livio. In giurisprudenza... è un avvocato, ma in azienda gli avevano proposto un lavoro come operaio... ha rotto talmente le scatole a tutti, all'azienda, al sindacato, all'universo mondo per farsi cambiare posto che alla fine l'avevano mandato nel mio ufficio... io facevo il recupero crediti, si ricorda no? Sì, certo... Beh, era l'azienda che decideva quali crediti tentare di recuperare, e chi dovesse farlo... a inizio mese arrivava un elenco e noi dovevamo riportarne a casa il più possibile... ma a lui avevano dato tutti i crediti difficilmente esigibili... tutti quelli di extracomunitari... e così, poveretto, non cavava un ragno dal buco... era furibondo... e un po' aveva ragione... per farla breve prima della fine del mese di prova se ne era andato... e odiava tutti nell'ufficio... non era una persona facile... non lo è ancora adesso, a giudicare da come si è comportato con il controllore.

E che guai ha adesso? si interessava Livio. Beh, ha nuovamente perso il lavoro e, se non ne trova uno velocemente, rischia di perdere la cittadinanza italiana che gli dovrebbe arrivare tra pochi mesi... e non vuole tornare in Nigeria, a chiedere la carità ai suoi fratelli, come mi ha detto... e poi c'è la bimba... e poi lui è una persona molto orgogliosa... questo non lo facilita nel cercare, ma soprattutto nel mantenersi un lavoro... quando si ha bisogno, è necessario adattarsi un po'... Come ha fatto lei, vero? Certo, anch'io mi sono adattata... mica potevo aspettare la pensione senza guadagnare un soldo, dopo che l'azienda aveva sbaraccato qui... e a sessant'anni non è che si trova lavoro ad ogni angolo... nemmeno a venticinque al giorno d'oggi, in realtà..., aveva concluso Cristina un po' sconsolata. E poi se sei nero, devi proprio calare le braghe, eh... l'orgoglio è fuori posto... e anche la dignità, vero? aveva provocato Livio. Eccoci qua! lo sapevo che non dovevo parlargliene, aveva sospirato Cristina irritata, cambiamo discorso, va... No, continuiamolo invece, la prego... con Samanta non riesco a parlare di nulla che non siano le serie tv... Ma non c'è niente da dire, sa... e quello che potevo dire gliel'ho già detto: dignità, orgoglio sono cose che possono permettersi quelli che hanno i soldi, o almeno la possibilità di vivere tranquilli, quelli come lei... noi, gli altri, dobbiamo solo ubbidire e sperare di non venire cacciati via a calci se appena alziamo la testa... torniamo, ingegnere? ché altrimenti mi sa che ci prendiamo l'acqua..., cercava di troncare Cristina.

E la bambina? Livio aveva girato la carrozzella istradandola verso casa, ma non mollava l'argomento, è sua figlia? Sì, anche lì ha fatto casino... ha due figli con la moglie da cui è divorziato, e la bimba, Grace si chiama, da un'altra compagna che però lo ha lasciato... quindi non può nemmeno chiedere il ricongiungimento familiare se tornasse in Nigeria... così mi ha spiegato lui, almeno... E allora cosa intende fare? Cercarsi un lavoro, gliel'ho detto... ma non ne trova... si è anche scusato per il suo comportamento sull'autobus... mi ha spiegato che aveva appena ricevuto un rifiuto da una ditta di spedizioni, ed era fuori di sé... dio, che casino vivere! Potrebbe sposarlo lei, così gli danno la cittadinanza per forza, aveva suggerito Livio sorridendo. Cristina aveva avuto un moto di stizzita incredulità, poi si era accorta dello scherzo e aveva controbattuto: E perché non lo assume lei come colf, invece? i suoi figli ne sarebbero entusiasti, loro che sono così ammodo, democratici, progressisti... una mia collega, quando lavoravo, l'aveva fatto per il fratello di un operaio peruviano che lavorava lì... era il tempo del decreto flussi... in Perù gli chiedevano quattro o cinquemila euro per procurargli la richiesta dall'Italia, mentre lei l'aveva fatto gratis, per solidarietà diceva... però lei era comunista... una sognatrice... E che fine ha fatto? Chi? La comunista sognatrice... Ah, non saprei proprio dirglielo... è stata la prima ad essere sbattuta fuori dall'azienda... non la difendevano nemmeno i sindacati... Come mai? Perché era troppo estremista, diceva che il sindacato era accomodante, venduto... chissà, forse aveva anche ragione, ma comunque avrebbero chiuso lo stesso... Perché non avevano più commesse? Noooo! di commesse ce n'erano eccome, ma l'azienda se ne è andata in Polonia... per pagare meno gli operai... come han fatto tutti d'altronde... mi avevano anche proposto di andare a lavorare là, con uno stipendio "polacco" chiaramente... ma io ho rifiutato, non me la sono sentita... avrei dovuto imparare il polacco... inizialmente mi avrebbero messo in produzione, poi sarei stata reintegrata nella mansione... così mi avevano detto... e chissà se poi avrebbero mantenuto... ma io preferisco chiacchierare in italiano con lei, anche se mi fa arrabbiare, piuttosto che mettermi ad imparare una lingua tremenda come quella..., aveva riso Cristina, e poi lassù, chissà che freddo fa... anche qui però si sta alzando vento... si sieda ingegnere che la spingo io ché altrimenti non arriviamo più, aveva concluso. Avevano raggiunto casa appena prima che cominciasse a piovere, avevano ottemperato a tutti i rituali, preparazione della tavola, cena, riordino della cucina, chiacchiere finali, messa a letto, e poi Cristina era uscita sollevata: era venerdì, il weekend non lavorava.

Domenica mattina stava poltrendo guardando la televisione quando il cellulare aveva trillato; vedendo sullo schermo il numero della nuora dell'ingegnere, si era anche allarmata un po'; perché cominciava a voler bene al vecchio, la divertiva la sua ironia, gli era grata delle piccole galanterie di cui la faceva oggetto: così aveva saltato i preamboli, rispondendo preoccupata: Buongiorno Lorella, mi dica, è successo qualcosa? Buongiorno Cristina, no, non si preoccupi, volevo solo parlarle un attimo di una cosa... Dica... Ecco... ieri eravamo da mio suocero... l'abbiamo trovato bene, anche più... più allegro, loquace... si vede che lei è la persona giusta per lui... per accudirlo voglio dire... Grazie... (Cristina aveva sorriso alla precisazione) e... Beh... ci ha parlato di un progetto che ha... di mettere in regola con i contributi... Ma io sono già in regola, non ho bisogno d'altro!, era insorta Cristina, l'ho spiegato all'ingegnere che preferisco anch'io che voi paghiate il minimo possibile perché tanto a me non cambia nulla dal punto di vista della pensione... Sì, certo, ma non si tratta di lei... si tratta di quel suo amico... nigeriano, mi pare... che perde la cittadinanza se non trova un lavoro... insomma lui vorrebbe assumerlo... dice che una sua amica ha fatto lo stesso... insomma, una storia complicata che lei gli ha raccontato e lui si è organizzato nella testa... io lo so che lei l'ha fatto in buona fede, neh, ma... non so come dire... eviti di parlargli di questi problemi... che poi, quando lei non c'è, lui ci pensa e gli vengono in mente queste stramberie... si è anche arrabbiato quando l'abbiamo contrariato: potrò fare quello che mi pare della mia pensione, o dovete centellinarmela per prendervi tutto voi? ci ha urlato... non le dico come ci è rimasto Davide... insomma, una roba sgradevolissima che non sarebbe successa se lei non gli avesse messo quella pulce nell'orecchio... capisce cosa voglio dire? Cristina... Cristina... mi sente?