Sull'Embraco

Sono stata alla manifestazione degli operai dell'Embraco di Chieri, operai che stanno per diventare degli esuberi. Traducendo dal sindacalese: stanno per essere licenziati; la ditta, salvata a più riprese da interventi pubblici, delocalizza in Slovacchia.

Non c'erano tutti i quasi 500 nel mirino della "ristrutturazione", e sembravano più rassegnati che incazzati. Gli slogan più freschi si rifacevano agli anni '70, quelli più gettonati parevano mutuati dalle curve degli stadi: vaffanculo, c'hai rotto il cazzo e via discorrendo, fino al salto collettivo per dimostrare di non essere qualche cosa; non ho capito cosa.

C'erano i fischietti che assordavano, certo, ma appena il clamore calava erano accettazione e rinuncia a farla da padrone. Le maestranze si chiamavano, sorridendosi, passeggiando. La rabbia era assente, forse evaporata nel tepore quasi primaverile della giornata. La "lotta dura senza paura" gridata nello slogan più "politico" si certificava impossibile da organizzare perché ne erano stati esiliati collera, certezza dell'ingiustizia patita, paura del domani: gli ingredienti che rendono possibile la ribellione e la vittoria.

Sia chiaro: non ce l'ho con gli operai. È il risultato, amarissimo, di decenni di abnegazione del sindacato alla logica concertativa, dello strapotere del capitalismo e della finanza, di un'offensiva mediatica e culturale che ha cancellato i diritti collettivi per far posto, unicamente, all'individualismo sfrenato, all' "ognuno per sé e dio per tutti". Forse quegli operai, in corteo, cercavano il dio che potesse salvarli, perché da soli, dal capitalismo, non ci si salva. E forse erano così poco convinti e convincenti perché pensano, da persone concrete, che un tale dio non esiste. E invece questo dio esiste: siamo tutti noi, sfruttati, pensionati, giovani senza lavoro, precari di ogni tipo, tutti noi che dobbiamo tornare uniti a lottare, e a vincere, per cambiare la società. Questo, se ne avessi avuto il coraggio, avrei voluto dire loro. Ma forse siamo un po' tutti come loro, intabarrati in noi stessi, incapaci di riorganizzarci per gridare a tutti il nostro orrore per questa società. E silenti.

Ora si prepara un'altra potente offensiva: la chiusura di Mirafiori. Dobbiamo abbandonare lo scivoloso sentiero della rinuncia e della delusione e lavorare per ritrovare voce e forza: o la barbarie ci seppellirà definitivamente.