Georges Simenon

Scrivendo ci si racconta sempre un po', anche per negazione, anche per antinomia: si è se stessi e si è altro da sé, si racconta di se stessi raccontando di un altro: Madame Bovary c'est moi. È sempre vero? e se sì, fino a che punto è possibile celarsi nelle vesti altrui senza scoprire la propria nudità, fino a che punto la mimesi necessaria per scrivere la storia di un "altro" può essere giocata senza rischiare di perdere se stessi? Pensavo a Simenon, alla sua grandezza inesplorabile dalla critica, alla sua capacità di calarsi nella realtà altrui "fino quasi a farlo urlare", per continuare a citare Flaubert, e alla discrasia tra la persona che emerge dalle Memorie intime e i suoi personaggi: sembra che Simenon riesca ad essere, in qualche modo, solo l'altro, mentre scrive. Penso a Il gatto, ad esempio, o anche, ne Il fidanzamento di M. Hire, alla capacità di descrivere la borghesia minuscola, il suo decoro polveroso e perverso, la mediocrità portata a valore assoluto in quanto eredità del proprio vissuto, mai e in nessun modo messa in discussione. Che è una dimensione completamente altra dalla sua vita convulsa, anche oscena, sempre e comunque al di sopra delle righe, votata all'eccesso.

Simenon scrive per quarant'anni, obbligato dalle storie che intravvede dietro uno sguardo e che si inscrivono nella sua memoria sorprendente, compilando un'antologia della protervia di vivere che si raccorda, per estensione e lucidità, alla Comédie humaine e ai Rougon-Macquart. E poi, a un certo punto, smette di scrivere; quando negli anni Settanta la realtà fuori di lui cambia prepotentemente, quando gli sguardi che lui decodifica non parlano più dell'orrore del vivere soli ma della ragionevole bellezza del vivere collettivo, lui non è più in grado di scrivere, e si affida alle Dictées per restare vivo, per poter continuare a parlare di sé. 

Perché Simenon è il gran maestro delle solitudini, delle persone lasciate a se stesse e che combattono per restare tali. Quello che accomuna i suoi personaggi è il ripiegamento su di sé causato dall'impossibilità di percepire l'esterno come una opportunità e non come un pericolo; e l'interrogazione continua, ossessiva, che punteggia il suo scrivere è il forsennato soliloquio delle grandi solitudini, quelle irredimibili.