Notizie dal mostro del golfo

17.11.2019

PREMESSA

Questo testo origina dalla lettura di Ossigeno, di Sacha Naspini, romanzo tra i più coinvolgenti che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi.

Il mio racconto è scritto in prima persona dal professor Carlo Maria Balestri, antropologo di fama ma anche "mostro del golfo", che nelle prime pagine del romanzo viene arrestato con l'accusa di aver tenuta prigioniera per quattordici anni una bambina, poi divenuta ragazza, in un container di sua proprietà; e non era la prima. Nel libro il professore sparisce presto, e Naspini si concentra di più su chi e come viene stravolto dalla sua follia: il figlio Luca, innanzitutto, interlocutore del padre nel mio racconto; Laura, la sopravvissuta; la madre di Laura, tragicamente incapace di accogliere orrore e felicità; Martina, l'amica del cuore di Laura che non è riuscita a disfarsi dei sensi di colpa nei suoi confronti. Una galleria di figure difficilmente dimenticabili. Ma la mia mente non è riuscita ad archiviare il mostro, e ho dovuto scriverne. Spero che questa lettura sul professor Carlo Maria Balestri non dissuada nessuno dal gustare la bellezza del libro da cui ha avuto origine.


Oggi, oggi che ho trovato finalmente il coraggio di decidermi, oggi comincio questo scritto; un diario forse, una confessione, non so, vedremo. Perché oggi, arrivata l'ora del colloquio, sapevo che sarebbe stata infine la giornata giusta, che la misura era colma, che il nostro minuscolo impossibile domani già non era più: smetti di venire a trovarmi, ti ho detto non appena ti sei seduto in parlatorio, tuo padre, quello che hai amato e che ti ha amato, muore definitivamente oggi, dopo un'agonia che ci ha dilaniato entrambi. Non ci sono più, non ti vorrò vedere mai più... ti lascio, per quel che posso, libero da me. Libero da te non potrò mai esserlo, lo sai, mi hai risposto dopo qualche attimo. Per quel che posso, ho detto, e questo è quel che posso: addio, figlio. Non hai risposto, ci siamo guardati per un lungo istante e poi ti sei alzato avviandoti alla porta. Hai chiamato la guardia. Senza voltarti, hai alzato la mano per salutarmi, e mi hai mostrato il mignolo: per quel che posso, ho dolorato... Sono tornato in cella e ho cominciato a scrivere.

Perché mi sono negato a te? per frantumare quell'enorme macigno che gravava sulla nostra testa ad ogni colloquio, quella domanda che era sempre presente nel tuo sguardo, nell'inflessione della tua voce, e nelle mie risposte timide, a volte incoerenti: come hai potuto, come ho potuto? Allontanarti da me l'ha solo elusa, quella domanda, e voglio scrivere per tentare una risposta, o meglio, per darti un quadro d'insieme in cui provare a orizzontarti, per farti intuire una rotta che nemmeno io so da chi o cosa mi sia stata indicata, ma che non ho potuto esimermi dal seguire. Perché anch'io sono un oggetto di cui è possibile ripercorrere il viaggio nel tempo, e vorrei provare a darti gli elementi per inseguirmi nel cammino allucinato che ho compiuto. Forse così potrai liberarti, almeno in parte di quella domanda. E forse potrà servire anche a me.

Quando uno studente mi chiedeva la tesi, una vita fa, la prima cosa che gli raccomandavo era di stilare con accuratezza un indice attorno al quale scrivere: potrai cambiarlo in corso d'opera, gli dicevo, ma l'indice è come una guida che ti tiene attaccato all'argomento, un binario che ti permette di non deragliare... Seguendo i miei stessi insegnamenti, ecco il mio indice:

Capitolo 1: Io

Capitolo 2: Io e tua madre 

Capitolo 3: Io e le bambine

Capitolo 1: Io

Se ti ho sempre parlato poco di me, è perché non c'è molto da dire. Sono sempre stato un solitario, credo un insicuro, fondamentalmente. Fin da piccolo non amavo compagnie, cambiamenti, combriccole; ma quando morirono i nonni dovetti fare i conti con una solitudine diversa, con l'assenza, col vuoto. Reagii asserragliandomi ancor di più in poche abitudini precise, scandite, immutabili, che mai trasgredivo di osservare, e decidendo quello che avrei voluto fare nella vita: studiare. Ero già assistente all'università, e ho preteso da me che quella diventasse la mia vita, l'unica cosa da fare. L'unica, capisci, non la più importante: l'unica. Niente fidanzate, mogli, figli, amicizie o simpatie. Io e lo studio da soli, io e lo studio perché lo potevo controllare, gestire, addomesticare. Perché non mi avrebbe mai né tradito né lasciato solo. La mia assicurazione per poter esistere. Il mondo fuori da lì mi pareva inospitale, pericoloso: potevo affrontarlo solo corazzandomi contro la sua instabilità, contro il suo vorticoso mutamento. Credo di aver scelto di diventare antropologo per questo, per poter depotenziare l'altissimo tasso di pericolosità che il fluire del tempo racchiude, descrivendo il trasformarsi delle cose, seguendole nelle loro metamorfosi, individuando i nessi dei cambiamenti. Perché saperne l'evoluzione mi pareva potesse permettermi, in qualche oscuro modo, di controllare discontinuità e irruzioni.

Avrei potuto scegliere, se ne avessi avuto la vocazione, di diventare un monaco trappista. Invece sono diventato professore. Ero felice; insegnare mi consentiva di stare nel mio mondo interagendo con gli altri, studiandoli, formandoli, investigando i margini delle loro vite senza venirne coinvolto, utilizzandoli anzi per analizzarne i comportamenti, le risoluzioni, gli inciampi. Quelli che volevo estromettere dalla mia vita che doveva scivolare via tranquilla, ordinata, silenziosa. Ci sono riuscito fino a ventinove anni, fino a quando non ho conosciuto tua madre.

Capitolo 2: Io e tua madre

Ha fatto irruzione nella mia vita in una mattina di marzo, fredda ma soleggiata. Stavo ricevendo gli studenti, lei mi aveva chiesto un colloquio per coinvolgermi nel progetto di una minuscola casa editrice per cui lavorava. Avevo aperto la finestra per lasciar circolare l'aria frizzante, lei era entrata, era rabbrividita, si era avvicinata al serramento chiedendo: posso? ma in realtà l'aveva già chiuso. Un gesto che, fatto da altri, mi avrebbe provocato un odio immediato, viscerale, inappellabile. Invece ho risposto: prego... si accomodi. Lo so che lo sai, che questa storia te l'abbiamo già raccontata, ma devo ripeterla per capire, perché forse è lì, in quella sua capacità di depistare le mie strategie che si accentra uno dei motori della mia deriva. Quel giorno abbiamo preso un caffè insieme alla macchinetta automatica, ci siamo salutati e dati appuntamento la settimana successiva per esaminare l'avanzamento del progetto. E io ho cominciato ad aspettare: prima la sua chiamata per decidere il giorno, poi lei; e mi odiavo. Quando ci si vide, ero determinato ad affrontare la cosa di petto, con violenza, in modo da farla scappare. Avrei irriso il progetto individuandone pedantemente limiti e carenze, la avrei accusata di avermi turlupinato per poter utilizzare il mio nome, le avrei addossato ogni tipo di responsabilità, avrei terminato dicendo: se ne vada, la prego, ho già perso troppo tempo con lei, le avrei indicato la porta con uno sguardo sprezzante, non mi sarei nemmeno alzato per stringerle la mano... Invece avevamo pranzato insieme e la mezz'oretta che avevo dato come disponibilità massima si era dilatata di due ore; un magnetismo sconosciuto mi impediva di staccarmi da lei e solo a fatica ero rientrato in università, prostrato come dopo un combattimento estenuante. Ci si sarebbe rivisti non appena pronte le bozze.

Avevo tempo per elaborare la difesa, e decisi un'altra strategia: che tu mi piaccia è evidente, le avrei detto, ma nessuna pratica erotica, per cortesia: se vogliamo accompagnarci per un pezzo delle nostre vite, facciamolo senza contaminare il tutto con operazioni disgustose e soggioganti. Viviamoci una grande, intima, profonda amicizia ma nulla più, avrei concluso. Mi ero ripetuto la frase fino a incespicarmi nel dirla; così avrei piantato dei rigidi paletti per circoscrivere il suo dilagare nella mia esistenza, mi rallegravo. Mi aveva guardato con occhi stupiti: Sei impotente? aveva chiesto con naturalezza. Scherzi? E allora perché? Perché forse sono fatto male, ma sono fatto così e non ho alcuna intenzione di cambiarmi, le avevo risposto con decisione. D'accordo, sono talmente innamorata di te che sono in grado di accettare qualsiasi cosa pur di averti vicino, aveva dichiarato. Era la terza volta che ci vedevamo, capisci? La terza volta! Capisci come è stata in grado di sovvertire ogni ordine, ogni mio volere, ogni struttura fondante della mia serenità per incunearsi nella mia vita approfittando della mia temporanea debolezza? Così, mettendomi di fronte a dei fatti compiuti, meravigliosi poi, la mia vita con la mamma è stata straordinaria, irripetibile... Ma avevo bisogno di un altro posto dove ritrovarmi, dove riprendermi quello che la sua risoluta dolcezza mi toglieva, e che riuscivo ad assaporare totalmente solo se ero egemone da un'altra parte, con altre... Ho una doppia, tripla personalità, mi hanno ripetuto i medici che mi hanno esaminato; ne sono convinto, ma se sono fatto di più pezzi, nessuno è meno importante dell'altro; e io avevo il dovere, nei miei confronti, di salvaguardarli tutti. Inutile sottolineare che tu sei la prova tangibile che non ho tenuto fede alle mie tracotanti dichiarazioni sulla castità...

Tu. Ti ho desiderato io per primo. Se scavo a fondo in me stesso, devo confessare che era un'altra strategia che mettevo in campo per tentare di arginare la sua presenza amorosamente devastatrice della mia vita. Piegandola a un impegno totalizzante come è quello per un figlio immaginavo di poterla circoscrivere, depotenziare. E io avrei potuto forgiare un'altra vita, accompagnandola nel suo evolversi, schiudendo il nostro universo murato ma confortevole a un elemento di cui avrei potuto controllare totalmente le mosse, il divenire. Anche qui, non è andata esattamente come avevo previsto: la mamma non mi permetteva di indirizzarti, era per un'educazione libera: sei una personalità talmente impegnativa come padre che non puoi pretendere di scegliere tu per lui... già gli sarà difficile non confrontarsi con te a ogni passo... lascia che faccia, non cresciamo un tuo clone... Tutto ragionevole, per carità, ma nuovamente lei riorganizzava alla sua maniera le mie scelte. Avrei voluto darti una sorellina, ma non ne aveva voluto sapere; prima aveva cercato di dissuadermi -mi piacerebbe avere anch'io una vita- mi aveva detto, e poi, stanca della mia insistenza, mi aveva ingannato: ho preso la pillola per anni, di nascosto... mi aveva candidamente confessato tempo dopo: mi avresti fatto figliare un esercito di soldatini, e non ne avevo alcuna intenzione, aveva soggiunto ridendo. Ma ormai il mio doppio aveva messo in pratica altre decisioni.

E poi si è ammalata; e il pezzo di me che non poteva farne a meno non si dava pace, e voleva morire anch'esso. Credo sia stata questa la causa scatenante della mia peritonite acuta, il desiderio di non lasciarla accompagnandola anche nella morte. Non ne sono stato capace, ho solo provocato un'altra morte oltre alla sua. Ma questo lo hai già intuito, è inutile che te ne parli qui.

Capitolo 3: Io e le bambine

* * *

Non riesco a scriverne, sai. Sono fermo da tre giorni. Pensavo di riuscirci, e invece qualcosa mi blocca, non so mettere insieme nulla di coerente. Ho scritto solo frasi sconnesse, appunti che  rileggerli, mi paiono inespressivi, sconclusionati. Li copio qui: mi dispiace, davvero. Mi dispiace di non riuscire a indirizzarti nel viaggio alla ricerca del mostro che c'è in me. Gli strizzacervelli quando mi hanno visto scrivere si sono entusiasmati; probabilmente distruggerò tutto, giusto per contrariarli. Però mi dispiace, te lo ripeto: speravo di aiutarti, e forse un po' di aiutarmi, e invece non ne sono capace. Ti chiedo perdono.

RIGUARDO A AMANDA

Le volevo bene, lei no. Sei cattivo. Voleva solo tornare da sua madre. Anche se mi picchierà, diceva. Tu non mi picchi, ma sei cattivo lo stesso. Fai gli esercizi e sarò più buono. Cocciuta e testarda. Anche senza mangiare, niente. Esperimento sbagliato. Non potevo disfarmene. Non mangia più, la imboccavo e sputava. La peritonite ha risolto, ma mi è dispiaciuto. Problema di come fare a farla sparire, incubo. Basta, basta, mai più.

RIGUARDO A LAURA

Tu all'Elba, io solo. Andavi via come la mamma. Con Laura poche parole, soli tutte e due. Essere cattivi: bello, dà forza. Lei è mia, l'ho fatta io, più di te. Lei è me, siamo due e uno; perché lei esiste ormai solo perché esisto io. Il potere e la prigione. Il potere è la mia prigione. Tutti e due prigionieri. Ma io ho il potere. Gliene ho dato un po': scrive per me, scriviamo insieme. Mi tiene prigioniero, ma non può farmi male. Io la guido, va dove voglio io. Non ho colpe, doveva andare così. Il carcere, finalmente. Obbligare il destino, il suo, il mio. Il caso divora, non voglio. Io so decidere, lui no.