Michel Bussi

Mi sto chiedendo, da un po' di tempo a questa parte, come mai il genere poliziesco stia diventando il modo descrittivo della nostra epoca, come se raccontare non potesse più evitare di proporre un enigma da risolvere, un labirinto da ispezionare, un trabocchetto da evitare. Penso che questo in parte sia dovuto a una pulsione autentica da parte degli autori, alla difficoltà di "vedere le linee dritte" che, in questa nostra epoca così nebbiosa, fa scegliere il giallo come unico possibile strumento di indagine, con le deviazioni, i tranelli, gli abbagli che ogni buon giallista sa disseminare lungo il percorso per arrivare infine alla catartica soluzione del caso, alla scoperta di una verità, piccola ma soddisfacente. In parte, dico; perché leggendo alcuni autori, e Michel Bussi è tra questi, si ha invece la percezione che il racconto sia costruito solo per diventare una fiction televisiva da vendere a prezzo sostenuto, e perciò concepito come una scenografia: un susseguirsi di cambi di scena e coup de théatre, intervallati scientemente da languide descrizioni e forsennate risoluzioni.

A me questo modo di scrivere, così smaccatamente commerciabile, non piace. Non amo le marchette pubblicitarie disseminate nel testo, non amo gli escamotage per indurre il lettore in errore, non amo i personaggi così caratterialmente poveri ed esteticamente simili (tutte bellissime le donne, tutti un po' coglioni i maschi), non amo l'utilizzo mercantile dei problemi del nostro tempo (nel caso di On la trouvait plutôt jolie di Michel Bussi, la tragedia dell'immigrazione), non amo, in buona sostanza, essere presa in giro.

E quindi non amo i Bussi e gli Houellebecq, mentre rimpiango i Simenon, gli Izzo e le Kristov; perché amo intuire, leggendo, la correttezza e la sincerità di chi scrive per capire il mondo e non solo per rimpinguarsi le tasche. Forse è pretendere troppo, nella nostra epoca.

Michel Bussi, On la trouvait plutôt jolie, Presses de la Cité 2018