Lupo, anarchico in catene

03.06.2009

Non c'è posto per l'ironia, parlando di Lupo, perché devo tornare alla mia infanzia corrosa dalla solitudine, ai miei infruttuosi tentativi di affrontarla, all'abbagliante luminosità dell'incontro con il primo quadrupede della mia vita. E non sarà facile restituire, nemmeno in parte, le emozioni di allora. Fu mio padre l'artefice inconsapevole dell'incontro. Ho già parlato altrove della propensione del mio genitore, commercialista, al salvataggio di aziende ormai decotte, come se volesse a tutti i costi misurarsi con imprese che i suoi colleghi ritenevano -quasi sempre a ragione- assolutamente in perdita. Gli si presentò un giorno T. proprietario di una fabbrica di articoli in gomma; erano gli anni del boom economico, della topolino, della seicento normale o multipla che fosse, ed ogni famiglia si indebitava per acquistare la sua irrinunciabile utilitaria. Su ognuna di queste vetturette -allora come oggi- erano necessari dei tappetini in gomma, a quell'epoca composti di un sottofondo nero su cui era applicata una grata in rilievo colorata nella parte superiore. Non so per quale tortuosità del destino, T. era venuto in possesso di una sconfinata partita di pneumatici vecchi; ragionando sui due termini del problema, come riutilizzare tutto quel ciarpame e come ottenere un prodotto vendibile, T. aveva escogitato un processo produttivo assolutamente innovativo che a mio padre, attento come lui alla parsimonia e all'economicità, era subito apparso come l'uovo di colombo. Affatto incurante dei delicati processi che governano la vulcanizzazione della gomma, T. aveva grattuggiato la sua partita di scarti ottenendone una polvere quasi impalpabile che, opportunamente pressata a caldo negli stampi dei tappetini, si tramutava come per incanto negli agognati manufatti; in più, colorando la mescola e cospargendone il fondo dello stampo, si imitava anche la grata a colori degli articoli non taroccati; il tutto con un costo praticamente prossimo allo zero. L'unico problema che T. pose all'attenzione del mio sbalordito genitore riguardava la commercializzazione dell'ingegnosa mercanzia.Ma se T. fosse rimasto uno dei tanti clienti che mio padre assisteva nelle sue elucubrazioni, io non avrei mai conosciuto Lupo. Il fatto è che a quell'epoca la mia famiglia era tormentata contemporaneamente sia dalle intemperie esistenziali di uno dei miei fratelli sia dalla sfilacciatura del matrimonio tra i miei genitori: di tutto ciò si preoccupava il fratello di mia madre che cercò in extremis di operare un salvataggio della situazione venendo ad abitare vicino a noi, e assumendosi -per assicurare la sopravvivenza alla sua famiglia- l'onere di commercializzare i tanto decantati tappetini. A mio padre non sembrava vero di poter prendere un intero stormo di piccioni con una fava sola: la presenza del fratello avrebbe tranquillizzato la sua sposa irrequieta, l'ascendente che lo zio aveva su noi nipoti avrebbe contribuito a sedare le escandescenze giovanili di mio fratello, la fabbrica di tappetini avrebbe assicurato i profitti cui tutti si anelava... non andò così, naturalmente, ma credo che -pur nella grettezza dei suoi orizzonti- mio padre sia stato un sognatore instancabile, e anche quella volta si abbandonò alla sua illusione con fanciullesca ingenuità.Così, in un alloggio adiacente alla vecchia fabbrica di T. si trasferirono mio fratello A., mio zio D. e sua moglie F.; nell'altro appartamento abitabile stavano T. e sua madre, insieme all'unico operaio che -si vociferava a causa di affezioni particolari nei confronti del padrone- era rimasto a lavorare nell'antico opificio. Su tutti faceva la guardia Lupo.

Cominciò un periodo felice, per noi nipoti; affezionati in modo viscerale allo zio e abituati a vederlo solo in occasione delle feste non perdevamo occasione per andarlo a trovare, escogitando ogni lagneria per convincere i genitori a portarci; una volta lì, quel mondo fino a qualche mese prima assolutamente inimmaginabile non smetteva mai di meravigliarci. Ricordo come fosse ora la fascinazione per l'ambiente austero della vecchia fabbrica, la morbidezza delle mescole in cui immergevamo le mani, la pergola di uva fragola da cui spiluccavamo acini dolcissimi, le ore passate a osservare lo zio che studiava il nuovo logo del prodotto, gli sguardi intimoriti che gettavo al ferocissimo cane lupo che mi era stato vietato di avvicinare narrandomi con dovizia di particolari i cruenti episodi di cui si era reso protagonista. E in effetti, come tutti i cani costretti alla catena, Lupo non era un quadrupede tranquillizzante; in più, qualche anno addietro, avevo rischiato di venire morsicata da un altro cane legato, e questo mi aveva lasciato una certa inquietudine. Ma c'era qualcosa più forte della paura che mi attirava verso di lui, e cominciai ad insistere perché mi venisse presentato; ottenni il favore, e con molta circospezione provai ad accarezzarlo, presente un adulto che garantiva un sollecito intervento in caso di reazione del cane.

Aveva bisogno di coccole, ed era solo; esattamente come me. Non so se ci guardammo negli occhi, o se quel contatto sprigionò un'energia di cui solo noi due conoscevamo la formula, fatto sta che mi sedetti vicino a lui e cominciai a raccontargli, silenziosamente, tutta la mia difficoltà di vivere a dodici anni. E lui mi parlò della catena, della sua voglia di correre, della frettolosità delle coccole che gli venivano quasi mai elargite; e insieme, senza parole e senza pensieri, solo stando vicini, dissertavamo sulla solitudine, e sulla fortuna di esserci incontrati. Lupo è stato il primo essere cui io abbia permesso di scandagliare la mia anima, ed è stato uno dei pochi che l'abbia compresa e carezzata con la delicatezza di chi ha sofferto la altrui brutalità. Accomiatandomi da lui per tornare a casa, avevo capito di non essere più sola.

Si aggiungeva così un altro motivo per sollecitare le visite domenicali allo zio che, nella mia famiglia, fu l'unico ad accorgersi dell'intensità del sentimento fra me e Lupo. Un giorno, adocchiandomi con dolcezza mentre lo accarezzavo, sentenziò come per caso: "Guardali lì, i due infelici che si consolano!". Non risposi, ma l'osservazione così vera nonostante l'ironia, aumentò il mio attaccamento per D. Dopo anni di cupo isolamento, avevo finalmente uno scopo nella vita, piccolo ma per me essenziale: andare a trovare Lupo. E il nostro rituale si ripeteva immutabile: lo salutavo, e mentre mi sedevo su uno sgabellino di legno vicino al sottoscala che gli faceva da cuccia, lui arrivava trascinando la catena e mi appoggiava la testa sulle ginocchia: non avevamo bisogno d'altro, il solo stare vicini ristabiliva la profondità del nostro legame facendoci assaporare la tranquilla felicità di un appagamento affettuoso fino ad allora mai sperimentato. Ma l'imprevisto era in agguato.

Come a tutte le vecchie fabbriche costruite agli albori dell'industrializzazione, anche a questa la forza motrice per muovere i macchinari era stata fornita in origine da un piccolo corso d'acqua appositamente deviato, una bialera come si dice in Piemonte, che continuava a scorrere placida costeggiando il lato più lungo dell'edificio. Una mattina l'aria si riempì di un uggiolare straziante; mio fratello identificò nella bialera l'origine dell'urlio e intervenne prontamente salvando dall'annegamento un cucciolo bianco che vi si trovava a mollo. Lo chiamarono Pico, e divenne il cane degli zii e l'oggetto della gelosia di Lupo che mi faceva partecipe di questo suo sentimento contro l'intruso: mi fece capire come fosse l'ingiustizia a tormentarlo, il vedere Pico sempre libero e sgravato da ogni imposizione mentre lui languiva alla catena; lui e Pico erano la iella e la fortuna, il proletario e il parvenu, Paperino e Gastone. E perciò l'astio non poteva che sfociare in violenza: non appena Pico si avvicinava, Lupo cominciava a smaniare, tirando la catena fino a strozzarsi, e sicuramente, se fosse riuscito ad agguantarlo, lo avrebbe sgranocchiato con gusto. Unica consolazione per il mio povero amico era che l'appartamento degli zii non era prossimo alla sua cuccia, e quindi i contatti fra i due avversari erano sporadici. Ma questa sgradita presenza aveva abbattuto il suo morale, e sentivo che neanche il mio affetto riusciva a mitigare la malinconia in cui era sprofondato.

Volevo fare qualcosa, ma non sapevo cosa. Poi un giorno, non so se per caso o seguendo uno sguardo di Lupo, intravidi attaccato a un muro il guinzaglio del cane, e capii. Cominciò la solita, lunga geremiade dei permessi, delle raccomandazioni, delle messe in guardia, ma alla fine riuscii a staccare il guinzaglio dal muro e ad agganciarlo al collare di Lupo, sottraendolo finalmente alla catena. Cominciammo a girellare per il vasto cortile della fabbrica, tentando increduli qualche piccola corsa. Probabilmente la scena era assai ridicola a vedersi: io ero una ragazzina obesa, con gli occhiali, camminavo leggermente zoppicando perché mi ero da poco rotta una gamba; lui era un pastore tedesco che il mio ricordo -evidentemente di parte- ingigantisce nelle proporzioni e nella bellezza. Trotterellavamo per il cortile come vincitori reduci da una misteriosa battaglia, fieri e orgogliosi, raggianti per la libertà infine conquistata; sono sicura che provavamo la stessa ebbrezza, la stessa sensazione di intimo compiacimento, la stessa felicità. E so per certo che se invece di Lupo al mio fianco ci fosse stato un mitico principe azzurro, io non avrei goduto di quell'appagamento, di quel sentimento di incondizionata, ilare complicità che ancora adesso riprovo pensando a quella prima passeggiata in cortile. Così il nostro rituale cambiò: arrivavo alla fabbrica, salutavo gli zii, passavo un certo tempo con loro e poi, assicuratami che Pico fosse altrove, andavo a slegare Lupo e a girellare con lui avanti e indietro per il cortile.

Era nell'ordine delle cose che, una volta ispezionatone ogni centimetro quadrato, il piazzale non ci bastasse più: volevamo uscire nel mondo. Dovessi raccontare per filo e per segno come riuscimmo a ritrovarci fuori del grande portone, mentirei; probabilmente attivai la solita trafila di lamentazioni, pressanti richieste, disperazioni, cui mi si controbatteva con la reiterata narrazione delle leggende ispirate dal terribile comportamento di Lupo non appena fuori: la vecchietta inerme straziata, il suo rifiuto di ubbidire a qualsiasi ordine di rientro, l'ingovernabilità della situazione da parte degli adulti e quindi figuriamoci per una bambina, eccetera eccetera. Forse, con la caparbietà che mi contraddistingueva da piccola, la spuntai su tutto e su tutti; più probabilmente, fiaccata da tante inutili parole, decisi impulsivamente non appena sottrattami al controllo dei grandi: bastava aprire e uscire, e così feci. Attraversammo con circospezione la strada, allora molto meno trafficata di adesso, e ci ritrovammo in un campo incolto, fitto di alte erbacce. Sentivo l'entusiasmo di Lupo, la sua felicità nel poter correre a perdifiato, e cercavo in ogni modo di assecondarlo trottando al suo fianco il più veloce e più a lungo possibile; ma non c'era confronto, e ogni pochi minuti dovevo fermarmi a riposare, mentre Lupo scalpitava cercando di convincermi a riprendere il gioco: "In alternativa, mi faceva capire, io corro e tu mi aspetti". Cercavo di argomentare, mi immaginavo la scena di Lupo, ormai libero e sfrenato, che irrideva i miei richiami e divorava indifese vecchierelle sfortunatamente postesi sulla sua strada, cercavo di convincerlo che non potevamo andare oltre a un certo limite, e che eccedere poteva significare perdere ogni possibilità di ritrovarci liberi a giocare nel campo.. però sapevo che lui aveva ragione, e dopo qualche riluttanza slacciai il guinzaglio: "Vai Lupo, ma appena ti chiamo torna... D'accordo?". Si voltò a guardarmi con occhi brillanti di felicità e partì per una lunga corsa; quasi immediatamente le alte erbacce mi impedirono di seguire il suo itinerario che riuscivo a malapena ad intuire dallo scompiglio creato dal suo passaggio; provai a chiamarlo e lui ritornò, docile e perplesso: "Che c'è, bimba?". Ero al colmo della felicità: tutto ciò che avevano narrato di Lupo era falso, lui era il cane buono che io conoscevo e niente avrebbe cambiato la sua indole: "Nulla, Lupo, torna pure a correre" e lui ripartì. Trotterellavo nella direzione che gli avevo visto prendere, seguivo l'ondeggiare delle erbacce sconvolte dalla sua corsa, mi riposavo un po'; Lupo divorava larghi centri concentrici che alla fine lo portavano quasi a sfiorarmi, come se anche lui avesse bisogno di sincerarsi sempre della mia presenza: la nostra complicità era nuovamente all'apogeo.

Fu allora che lo vidi; dapprima solo un puntolino all'orizzonte, man mano sempre più definita scorsi una bicicletta che arrancava lungo il sentiero che costeggiava il campo; e su quel velocipede c'era evidentemente qualcuno. Cercai immediatamente gli indizi che segnalavano la posizione di Lupo, e vidi con sgomento che andavano dritti in direzione dell'intruso. Tutte le mie certezze svaporarono come neve al sole: mi misi a correre, gli occhi semichiusi, l'anima scortecciata dalla disperazione, incespicando sul terreno sconnesso e sempre chiamando; poi caddi, e mi si prospettò la fine. Non avevo più fiato né pensiero per nulla; gli occhi ostentatamente serrati per non assistere alla rovina incombente, sentivo la mia anima annaspare in un inesorabile vuoto cosmico. Durò qualche attimo, poi mi riscossi e cominciai a cercare gli occhiali che avevo perso nella caduta; e appena girato lo sguardo incrociai quello di Lupo che mi osservava un po' sconcertato, forse anche leggermente offeso per quella che a ragione riteneva una incomprensibile mancanza di fiducia nella sua lealtà. Certo, posso provare a descrivere la felicità che mi sommerse in quell'istante, ma ogni parola mi sembra povera e inadeguata; fu come se un'esplosione fantasmagorica mi avesse proiettato nel più appetibile dei cieli, nel luogo dove tutti i miei sogni e speranze di bambina introversa potevano essere esauditi. Riuscii solo a mormorare: "Lupo..." e subito dopo sentii che né la mia anima né la mia mente riuscivano a dipanare quel groviglio di felicità che vederlo accanto a me aveva avvoltolato, e per la prima volta nella mia allora breve vita, piansi di gioia. Il mio tenero amico, evidentemente non avvezzo alle ambiguità del cuore umano, intensificava le consolazioni: raccoglieva ogni lacrima con la sua lingua morbida e calda, mi dava la zampa, mi tirava per una manica cercando di farmi rialzare; io non riuscivo a fare altro che ad accarezzarlo, l'anima traboccante di riconoscenza, continuando a sussurrare, un po' vergognosa e mendace: "Lupo, Lupo, io lo sapevo sai...". Tornando alla fabbrica, lo legai solo al momento di entrare.

Intanto la situazione precipitava; i mirabolanti tappetini si sbriciolavano dopo tre frenate, e i benzinai cui erano stati affibbiati per lo smercio rivolevano incazzatissimi i soldi che avevano anticipato; mia madre aveva decretato la fine del suo matrimonio e mio fratello, incurante dei richiami dello zio, non si rassegnava ai grigiori piccolo borghesi in cui la famiglia voleva intrappolarlo. Di questi rivolgimenti avevo solo un vago sentore, e l'unica cosa che mi preoccupava era Lupo; un po' egocentricamente mi domandavo: "Come farà senza di me?" e non trovavo risposte soddisfacenti.

Si incaricò il fato, per una volta benevolo verso gli oppressi, di dipanare la difficile questione. Un giorno, mentre io e Lupo eravamo intenti a deambulare nel cortile, Pico sfuggì alla sorveglianza degli zii, e ci venne incontro per fare finalmente conoscenza; ma non fu Lupo in pericolo nel quale incorse, ma una macchina che stava facendo manovra per uscire dal portone. Finì tra le sue ruote, e uggiolando dal dolore, andò a rifugiarsi sotto una catasta di legna da cui non riuscivamo a stanarlo. Lupo si guardava attorno, dubbioso sul da farsi, poi cominciò a strattonare il guinzaglio; non ci fidavamo, era evidente, ma lo facemmo avvicinare al nascondiglio di Pico. L'attitudine di Lupo non era aggressiva, e non so per quale cortocircuito del pensiero a un certo momento lo lasciai libero; si infilò sotto la catasta e ritornò tenendo Pico delicatamente per la collottola. Lo depose ai nostri piedi, e tornò a farsi coccolare. Credo che i cori angelici dei serafini celesti sarebbero somigliati a un branco di ubriaconi stonati se confrontati all'osanna che uscì dalle nostre bocche, certo, ma soprattutto dalle nostre anime, impressionate da quella inattesa dimostrazione di amorosa fratellanza. Pico fu immediatamente raccattato e portato dal veterinario; tornò alla fabbrica rincuorato e con una zampina ingessata; appena fu in grado di camminare sgattaiolò nel sottoscala dal suo nuovo amico di cui divenne il nuovo, inseparabile, confidente.

Passò appena qualche mese e lo zio smobilitò; dopo poco anche io venni travolta dalla separazione tra i miei genitori che mi costrinse all'esilio lontano dai luoghi in cui ero nata. Unica consolazione, in tutto quello sconvolgimento esistenziale, la certezza che Lupo non era rimasto solo. A volte, la tetraggine cui età ed indole mi condannavano veniva rischiarata dal ricordo di Lupo e Pico che dormivano insieme, mangiavano insieme, giocavano insieme. E intuivo, l'avrei capito solo molto tempo più tardi, che la solidarietà, tra i popoli come tra i quadrupedi, rende più leggera la catena cui l'esistenza ci obbliga. E poco importava ormai che l'uno fosse libero e l'altro legato perché Lupo sapeva -l'aveva imparato nei tanti anni di prigionia- che l'anima di un anarchico è sempre libera se vicino a lui c'è qualcuno con cui condividere una ciotola, una carezza, uno sguardo.

Noi siamo gli ultimi del mondo, ma questo mondo non ci avrà... (Franco Fortini, L'Internazionale)

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