Un addio

Ti scrivo subito a ridosso del nostro incontro, senza altro scopo che quello di condividere con te la malinconia universale che mi ha assalito non appena ti ho lasciato, sull'odiato ponte della stazione.

Mai come oggi ho avuto la sensazione che fra noi le parole, quelle pesanti, corpose, banali parole che mai sono riuscita a proferire, ma nemmeno, forse, a farti intuire, si siano come pietrificate, e che il nostro stesso indagare, su di noi, sul nostro incontro, abbia in realtà girato attorno a tutto ciò che ho sempre considerato superfluo dichiarare.

E nello stesso tempo mi pare che il fulcro del nostro esistere stia invece proprio nel continuo parlare di questi anni, nel continuo tessere il nostro rapporto complice e discreto annullando nel silenzio tutto ciò che poteva arrecare qualche, seppur minimo, disturbo.

Ma anche adesso, mentre ti sto scrivendo cercando in questo modo di dissipare "la nebbia spessa che impedisce di vedere le linee dritte", le parole mancano, o forse no, anzi, si affollano ma una ragione che pare saperla più lunga persino di me stessa, le respinge, e se ne tornano affrante da dove sono venute; dalle viscere, credo.

Parlavi, tu, della mia eccessiva disponibilità, e in un'altra occasione avevi celebrato la mia pazienza, virtù queste che io amo di me, e che esibisco. Certo, fra di noi, hanno ormai il compito di festeggiare la nostra intesa, il nostro raggiunto equilibrio, dimorano indicative di un rapporto ove tutto può essere osato senza che alcuna oltranza possa smuoverne le basi.

Ma il realtà, all'inizio, la paura, un insieme di paure le ha generate, le ha costrette a rinvigorirsi fino a divenire indistruttibili; ed era la paura di non saperti trattenere, di non capire, di perderti, infine, nonostante le tue assicurazioni sulle cose che mutano per permanere che però a me non mi hanno mai consolato più di tanto, specie se applicate a un rapporto, specie se si intrigano in un amore (vedi che le parole sgusciano fuori ugualmente, alla fine) che mi ha permesso di capirmi, di definirmi nei modi in cui sono ora; e sono modi che mi piacciono, che ci sono piaciuti insieme quando li abbiamo scelti, senza molte parole, certo, non è mai stato da noi indugiare troppo, parlando, sul confine tra anima e ragione, e soprattutto esplicitarne le sostanze in vane formule.

Forse dovremmo parlare meglio, senza reticenze, senza eccessivi e cavillosi distinguo, di quel che è stato e che è il nostro incontro, non per operare disgustanti anatomie ma per individuare se realmente c'è stato questo tuo spostamento dal centro alla periferia di cui oggi lamentavi, e anche per capire (perché, mi scuserai, ma non mi è chiaro) dove sto io nella tua vita; ma forse, per fare questo veramente, dovrei essere capace di adoperare quelle parole che con te mi sembrano barocche, indugiando sulla violenza di un innamoramento dapprima subìto e poi vissuto, sulle emozioni, le attese, le parole difficili, sulle mai formulate richieste, su tutto ciò che quando ragiono da sola mi sembra indispensabile dirti, e che invece, nel rapporto con te, perde contorno.

E così ho l'impressione di agitarmi invano, in una lotta che rimane tutta al mio interno e che non sortisce alcun effetto se non quello di rendermi ancora più incapace; e le parole, le maledette parole, rimangono sospese al soffitto della stanza cui le narro nel buio.

Non so cosa rispondere al tuo dolore, e nemmeno al mio. Le parole, le nostre parole, sono quelle che ci diciamo nelle causerie che precedono l'amore, che si intrufolano negli sguardi di saluto alla stazione, che accompagnano il ricordo di noi insieme. Sono parole che si incidono nella mia vita più di quanto io stesso capisca, che ruzzolano nella mia mente ogni volta che ti penso; e che taccio forse per pudore, o per paura di indebolirle. Le parole che tu mi chiedi ora, e quelle che tu stessa non riesci -se non a fatica- a scrivere, ci sono già nella nostra vita strana, in questo incontro che si rinnova ogni volta, saldo eppure effimero, che io ho cercato di preservare ma che evidentemente non si è salvato dalla noia.

Lamentavo il mio "spostamento dal centro alla periferia" della tua vita non certo per importi tirannici riposizionamenti, ma per essere riammesso, non so come, nell'esigua cerchia delle presenze per te indispensabili da cui mi sento un po' esiliato.

E invece mi è arrivata una lettera di addio, bellissima, struggente, ma in qualche modo definitiva. Cosa posso dirti, che già tu non sappia? Il nostro è un incontro che ha fatto della libertà e della complicità i suoi assi generativi, e non può che basarsi su di essi. Sceglieremo insieme, come abbiamo sempre fatto, senza troppe parole, come abbiamo sempre fatto, il suo futuro.

Non era, almeno nelle mie intenzioni coscienti, un addio; ma capisco che possa sembrarti tale. Forse un rimprovero a noi, alla nostra sicumera eccessiva, al nostro reiterare rituali e abitudini che invece di rinsaldare hanno un po' ossificato la nostra intesa, dando per scontate complicità e connivenze. Ma non è nemmeno così semplice, o meglio, semplicistico.

Il nostro è stato un rapporto emotivamente acrobatico, nel senso che ha dovuto (e soprattutto ha voluto) tener insieme​ molte cose di noi, le famiglie, l'università, la reciproca libertà, il mio disorientamento nei confronti della vita... L'abbiamo nutrito di piccole certezze costruendo attorno a lui uno schermo che lo rendesse impenetrabile agli imprevisti e agli sguardi curiosi, sempre attenti, però, a salvaguardarlo dal verme della banalità, della sottise.

Forse ha pagato un po' dal punto di vista della profondità, ma è successo per troppo amore di noi (almeno per quanto mi riguarda) e mai per superficialità: aveva, il nostro rapporto, un peso specifico così alto che non avrebbe potuto sopportare altre grevità senza sprofondare in territori difficili da controllare. Da qui la leggerezza che abbiamo usato, e il nostro ritrarsi, attraverso il gioco di complicità e tenerezza, a orizzonti diversi da quelli che volevamo esplorare. Che però a un certo momento si sono come esauriti, estenuati nel gioco della ripetizione e del risaputo. E il verme si è insinuato, ha tarpato promesse, ha incenerito attese, ha convertito il nostro gioco nella recita di piccole farse.

Da qui la tua richiesta che hai, da egocentrico incallito quale sei, ridotto a te e al tuo ruolo. La mia risposta forse cercava di andare alla base del malessere che stiamo patendo senza ipotizzare né lutti né ferite, ma forse hai ragione tu: se come dico il nostro incontro non può sopportare "disgustanti anatomie" il solo parlare di ripristini ed analisi lo condanna, almeno per come lo abbiamo conosciuto e amato, all'estinzione.