Le guerre di Piera

26.03.2019

Erano andate via dall'isola, Piera e sua madre, quando lei era ancora adolescente, alle soglie della seconda guerra mondiale. Avevano dovuto quasi scappare quando il padre di Piera, scoperto il tradimento della moglie, si era a stento trattenuto dall'ammazzarla: il figlio maschio era rimasto con lui, della femmina non sapeva che farsene. Erano approdate a S., città triste nonostante il mare, resa ancora più cupa dalla presenza della flotta militare, rallegrata però, per la madre di Piera, dalla presenza dell'ufficiale di Marina del quale si era innamorata e col quale aveva tradito il marito. Ma la scelta di non rinnegare quell'amore aveva mandato all'aria sia il suo matrimonio sia le vite sua e di Piera; così si sentiva fragile e insicura, una donna sola in un mondo sconosciuto e ostile che temeva potesse travolgere la figlia: non dare confidenza a nessuno, capito? si raccomandava con lei, sei brutta, ti vogliono solo mettere nei guai, non credere mai a nulla di quello che dicono, sono solo bugie... Era il suo modo di proteggere Piera: convincerla che nessuno avrebbe potuto guardarla, apprezzarla, amarla, se non per portarsela a letto; lei fingeva di crederle, ma la sua voglia di vivere vinceva ogni cautela, e giocava, rideva, scherzava con tutti, come se non ci fosse un domani. Ed era bella, anche se simulava di non saperlo per non sconfessare le parole di sua madre; glielo dicevano i sorrisi di quelli che la guardavano passare e ne seguivano il passo elastico, svelto, appoggiato sulle gambe lunghe e sottili modellate dalle nuotate con cui riempiva il vuoto dell'estate in attesa dell'amore, quello con la A maiuscola naturalmente; e sognava l'arrivo del principe azzurro che l'avrebbe portata via dalla sua piccola casa, dalle chiacchiere dei vicini, dalla vergogna di non avere un padre accanto, dall'imbarazzo delle visite dello "zio" che illuminavano gli occhi di sua madre ma durante le quali era meglio che lei si trovasse qualcosa da fare fuori di casa; le avrebbe regalato una vita nuova, il suo principe, in un palazzo sontuoso, con tanti bambini tutti bellissimi, inondandola di un amore infinito e profondo come il mare.

Questo sognava Piera, ma la realtà era tutt'altra, e lei non si dava pace: fossi nata nobile, ricca, altolocata, sarebbe stato tutto in discesa, si diceva. E così si inventava la vita, dicendo bugie a se stessa e al mondo, aggiustando la realtà per non soccombere allo squallore che temeva potesse divorarla; e raccontava che la sua era una famiglia aristocratica caduta in disgrazia per colpa dell'altrui cattiveria, e fingeva di essere reduce da una lunga cavalcata quando in realtà si era impolverata facendo le pulizie, e si lagnava di inesistenti cameriere che non le avevano accomodato il vestito bello per cui aveva dovuto uscire con l'abito da casa... E quando diceva le sue bugie, guardava dritto negli occhi i suoi interlocutori, sfidandoli a confutarla; e anche se loro sapevano la verità, tacevano di fronte a tanta orgogliosa bellezza, soggiogati dalla sua forza. Perché lei era forte, forte ma fragile.

Poi arrivò l'amore con tutte le lettere maiuscole, bello, giovane, benestante, colto. Aveva seguito Piera per le strade di S. fino a che lei non aveva lasciato cadere la penna stilografica che lui si era affrettato a raccogliere: Dio, che sbadata! la ringrazio tantissimo, ci tengo tanto a questa penna che mi ha regalato mio padre buonanima... Sono contento di averle evitato la perdita di un oggetto che le è così caro... posso presentarmi? sono Ugo M., primo ufficiale della nave..., disse lui sbattendo i tacchi, posso chiederle il suo nome? Mi chiamo Piera D., ma tutti mi chiamano Nini. È troppo ardito, Nini, sperare di poterla accompagnare? La ringrazio ma sono quasi arrivata... Lo so... sono giorni che la seguo... Davvero? finse di stupirsi.

Un ufficiale? chiederò allo zio di informarsi, aveva bofonchiato la mamma. La ricognizione era stata positiva: sì, è un ottimo ragazzo, napoletano, di buona famiglia... sta' attenta, però... non si può mai sapere... e comunque lo zio gli parlerà... Gli parlerà di cosa? si era subito insospettita lei. Di come si deve comportare, di cosa vuoi che gli parli... Ma Ugo era stato inappuntabile: fidanzamento, anello, promessa di fissare la data del matrimonio non appena finiva la guerra e tanto amore, casto, per rispetto di Piera e per paura dello zio. Era lei che fremeva, la sua gioventù appassionata, la sua sfrenata voglia di vivere: devo partire con la nave, e se morissi? la implorava lui, ti ritroveresti senza marito e senza verginità, sarebbe ancora più orribile per te... Cosa ci potrebbe essere di più orribile del rimanere senza te? ribatteva lei. Ma lui non cedeva: vieni, facciamo una corsa, ché se rimango qui va a finire che non ce la faccio... Sembrava un gioco, un gioco che sarebbe finito col ritorno di Ugo dalla guerra, con il loro matrimonio. E quando le comunicarono che la nave di Ugo era affondata senza lasciare superstiti non voleva crederci, e cercava di inventarsi un'altra bugia senza riuscirci.

Poi vennero i bombardamenti che distrussero la loro casa; pareva che la malasorte si accanisse su di lei, volesse privarla di ogni possibilità di sorridere alla vita. Intervenne lo zio che riuscì a far ospitare madre e figlia nell'albergo più bello di S. in attesa di un'altra casa. E lì conobbe Ermanno, piemontese, commissario di bordo, Ermanno che le regalava le sigarette, la guardava con gli occhi incredibilmente grigi, le sorrideva intimidito perché lei gli aveva sciorinato la solita sequela di invenzioni, la nobile origine, il palazzo distrutto, l'impossibilità di accedere ai possedimenti dei genitori per via della guerra, e quindi la sua permanenza obtorto collo nell'albergo dove si annoiava a morte... E Piera si innamorò anche di lui: quella forza, quel fuoco che sembrava spingerla al di là di se stessa non si era placato, e anzi aveva contagiato anche il compassato piemontese. Si sposarono a Milano, quasi clandestinamente, a guerra appena finita, quattro giorni prima che nascesse il loro primo figlio. Ermanno intanto aveva ridimensionato le nobili origini della sposa, la sua millantata eredità, gli inesistenti possedimenti terrieri, ma non il suo innamoramento. Aveva capito però che il soddisfacimento delle ambizioni della moglie era tutto sulle sue spalle, e non voleva deluderla; aveva intessuto una fitta trama di relazioni con la piccola burocrazia militare, e questo gli avrebbe permesso di riciclare a usi civili apparecchiature belliche, acquistandole a prezzo di rottame, facendole ripristinare e rivendendole. C'erano gli aiuti americani, c'era una nazione da ricostruire e c'era il loro amore; cosa poteva volere di più? arrivarono altri tre figli, l'ultimo alle soglie del vero e proprio boom economico.

Ma il ritorno alla vita civile aveva significato, per lui, il ritorno al suo lavoro, forse l'unica vera passione della sua esistenza; lei l'aveva considerata una rivalità da combattere, da soggiogare: iniziò il duello, e perse: si sentiva esclusa anziché cercata, usata anziché adorata. Reagì piegando una volta di più la realtà al suo desiderio: Ermanno la tradiva con il suo lavoro? lei lo ricambiava cercando altrove quella devozione che lui pareva dispensare solo alla professione. E per giustificare a se stessa il desiderio per altri, giocava con la differenza d'età, dodici anni, fra lei e il marito: Ermanno ormai è come un padre per me, diceva, e lo chiamava papà esattamente come i figli. E con un papà non si fa l'amore, non si condivide lo stesso letto: avevano separato le loro camere: papà russa troppo forte, aveva spiegato.

Intanto era arrivato il benessere, qualche piccola ricchezza, i tailleur firmati, la millecinque nuova, il parrucchiere di moda, il profumo costoso; lei divorava tutto, implacabile nel non privarsi di nulla, ma sempre più scontenta perché orfana d'amore. Combatteva per vincere un destino che pareva derubarla dell'unica cosa importante per lei, e moltiplicava gli sforzi per non soccombere. E finalmente a quarant'anni lo incontrò: cinque anni più giovane di lei, celibe, romantico, inesperto nell'amore ma smanioso di imparare: Ferruccio si è risparmiato perché non voleva buttarsi via con qualche amorazzo da quattro soldi... sono stata la sua prima donna, spiegava orgogliosa. Lui però stava centocinquanta chilometri lontano, così si telefonavano per ore alla sera: chiamo Maria Vittoria, si giustificava; era un'amica che nessuno aveva mai conosciuto, perché inventata, frutto del suo gusto per la finzione; poi, quando non ne potevano più, lei prendeva la macchina e correva a trovarlo, qualche ora passata insieme in un motel sull'autostrada, e il ritorno intristito. Non era questo l'amore che voleva, però, clandestino, episodico, telefonico: piangeva più di quando non era innamorata, malediceva il destino che le centellinava la felicità, ma non aveva il coraggio di separarsi da Ermanno.

Ma a un certo punto fu ineludibile, e si lasciarono: Ferruccio aveva comprato un terreno per costruire una casa, la loro casa. Lei organizzò una frottola colossale per seguire i lavori: un impresario edile sta costruendo delle villette che darà in affitto; ha deciso di cercare prima i locatari in modo da farle come desiderano loro. Per questo devo essere spesso lì. Ermanno fece finta di crederle; finita la casa, lei partì con i due figli più piccoli, esiliandosi nella campagna e giocando, per la prima volta in vita sua, a fare la casalinga. Si annoiò presto, smise quasi subito di preparare torte e manicaretti, arruolò una persona per aiutarla nei lavori di casa, cercò qualcosa da fare per vincere il tedio e non lo trovò. Cominciò invece a trovare insopportabile la metodicità che scandiva la vita di Ferruccio, il suo gusto per la ripetizione e l'abitudine, il suo orizzonte sempre così innaturalmente circoscritto, le sue esigenze erotiche sempre puntuali e reiterate: ma era il suo amore, il suo grande amore, non poteva essersi sbagliata un'altra volta...

Si ammalò di tumore all'utero; si fece togliere tutto, la menopausa improvvisa la fece ingrassare, si sentiva intristita e depressa. Desiderava sottrarsi a quella monotonia mortifera, ma non trovava motivi plausibili per confessare a se stessa che aveva perso un'altra volta, che la felicità le era sfuggita di mano come sabbia da un crivello. Poi stette male uno dei suoi figli; lei telefonò ad Ermanno: devo stargli vicino, torno lì. Lui la accolse come se non fosse mai andata via, rimodernò l'appartamento, ne comprò un altro, ridislocò tutta la figliolanza e continuò a lavorare. Ma rimessosi in sesto il figlio, cosa ci faceva lei, lì? La sua vita non contemplava né l'esistenza solitaria, né tanto meno l'esistenza senza amore. E il suo amore era Ferruccio, si intestardiva... Tornò da lui e lo sposò; intanto il tumore l'aveva di nuovo aggredita, al seno questa volta: mastectomia, come si usava allora, uno sfregio difficile da sopportare, come era impossibile da accettare quell'ectoplasma d'amore che aveva cercato ostinatamente di rinvigorire col secondo matrimonio, ma che svaporava da ogni parte. Tornò un'ennesima volta da Ermanno: lui le offrì un piccolo appartamento, da sola, e lei credette di aver finalmente trovato la quadra: forse doveva accontentarsi, forse l'energia che la obbligava a cercare gli altri poteva usarla per trovare se stessa, per accettarsi; anche senza amore, anche nonostante l'amore.

Poi un giorno, guidando, ebbe un mancamento, e andò a finire contro un muro; e subito dopo cominciarono le convulsioni: il tumore era arrivato al cervello. Si fece operare un'ennesima volta. Quando le diagnosticarono le metastasi al polmone chiese che le venisse asportata l'ipofisi per evitare il dolore: l'ultima volta che mi parlò, dopo quell'intervento, era gonfia all'inverosimile, il viso coperto di peluria, lo sguardo ormai vinto.

Si arrese definitivamente il 28 settembre 1981; aveva appena compiuto cinquantotto anni.