A mia madre

04.04.2018

Scriverti? Dopo tutto questo tempo, dopo tutti questi anni passati a eviscerare il nostro non-rapporto? E cosa scriverti, poi? Domande, sono rimaste solo domande. Cosa hai pensato, cosa hai provato quel mattino di aprile in cui hai avuto la certezza di essere di nuovo gravida? Mi hai detto: "ti ho odiato un'ora". Ho sentito, nel tuo ventre: "voglio che tu muoia". Avevi forza, sai mamma, una forza interiore, che nel corso della tua vita hai usato mille volte a fin di bene, ma che a me si è rivoltata contro. L'ho assaporata quella tua forza, e la temevo.

Mi hanno estratta col forcipe, da te che avevi già partorito altri tre figli senza ausili, dopo una gravidanza che ti aveva stremato, gonfiato, annullato come donna. Quando sono nata, lo sai, non volevo il tuo latte, volevo solo morire. Perché fuori dal tuo ventre ero sola, indifesa. Non era colpa mia, e nemmeno completamente tua, ma io sono nata con quella colpa addosso.

Durante il primo anno di vita, ho tentato in tutti i modi di morire, non per obbedirti, ma perché non avrei saputo come misurare la solitudine del deserto senza orizzonti, come vivere senza -o contro- una mamma. Poi ho accettato la sfida, ho trovato labili supporti, la nonna, tua madre, che però veniva solo qualche volta da noi, pochi mesi in cui respiravo, smettevo la vigilanza serrata sul mio intorno, potevo abbandonarmi ad essere bambina.

In qualche contorto modo sapevo che la mia e la tua vita non erano conciliabili, erano due forze che combattevano; e così ti ho augurato, per anni, di morire, di lasciarmi libera da te. E quando te ne sei andata ho sofferto il poco che si soffre quando si perde una persona che si conosce da tanti anni, ma con la quale non si è mai entrati, davvero, in confidenza.

Mi sentivo l'anima sporca, però, e mi chiedevo chi mai avrebbe potuto amare una persona che non aveva amato nemmeno sua madre; forse questo è il peccato originale, la colpa che non si conosce ma che ti è stata incisa addosso dal dolore. Il tuo rifiuto di allora mi ha lacerato l'anima, l'ha resa fragile, e come una ferita mai sanata si riapre ogni volta che qualcuno si ritrae dalla mia esistenza, escludendomi.

Negli ultimi anni della tua vita, dopo che mi avevi confessato l'odio che avevi provato, le cose erano andate meglio. Ma dopo, quando sei morta, parlare di te mi strangolava, urlavo il mio dolore attraverso gli insulti, e mi sentivo sempre più infangata da me stessa, dallo stesso odio che ti rimproveravo.

Il nostro è stato un amore impossibile, ucciso sul nascere da un destino impietoso. Però sarai sempre con me, sai mamma: il rimpianto di non averti avuta, che mi accompagnerà fino all'ultimo dei miei giorni, è l'unico, inutile regalo che posso farti.