Falso in bilancio

Lo aveva riscosso il russare lento, ritmato, profondo del suo nuovo vicino di letto: era cambiato ancora una volta, in quell'ospizio non si riusciva a star tranquilli più di una settimana. Poi, ancora nel dormiveglia, aveva sentito delle voci avvicinarsi nel corridoio, e gli era parso che si fossero fermate alla porta; allora aveva socchiuso gli occhi per sbirciare chi stava aprendo senza farsene accorgere: sarà l'infermiera del pomeriggio, quella con la voce da oca giuliva, sempre allegra -che cazzo c'avrà da ridere, poi...-, aveva pensato. O forse è già ora di merenda: ehi, se è domenica arriva il gelato! si ricordò improvvisamente. Cercò di fare mente locale per scoprire il nome del giorno, ma gli parevano secoli ormai che il suo tempo scorreva sempre uguale, monotono, insulso. Non aveva calendario, anzi, aveva buttato quello che gli aveva portato la ragazza che l'assistenza sociale gli aveva assegnato per accudirlo. Ragazza... si fa per dire! aveva di sicuro passato la quarantina, ma era una tipa briosa, spigliata, che metteva allegria; e lui, per ripicca, al suo arrivo intorbidiva lo sguardo, esacerbava il malumore: cosa vuole che me ne importi di che giorno è? è un giorno uguale a ieri e preciso a domani, e tutti e tre, ieri, oggi, domani, sono insensatamente uguali a quelli che verranno fino a che non sarà finita, aveva declamato cupo quando lei gliene aveva chiesto conto. Sempre pessimista! aveva controbattuto lei. Pessimista? no, solo realista, aveva troncato lui.

L'ultima volta era venuta per tagliargli i capelli e aiutarlo a fare il bagno: un ricordo che gli piaceva ripercorrere, la spugna che lei gli intrufolava ovunque, sotto le ascelle, lungo la schiena, nell'incavo del collo, attorno ai piedi grossi e ossuti. Gli pareva che avesse un'attenzione quasi maniacale per il suo corpo, attenzione che si arrestava quando arrivava all'inguine: Lì fa da solo, vero? D'accordo, ma tanto lui è già morto, sa, ribatteva ghignando guardandosi il cazzo afflosciato, e aggiungeva: Una volta il solo pensiero di una mano di donna vicina l'avrebbe svegliato, ma ormai... Mai fidarsi! aveva esclamato lei, e poi io sono cattolica e credo nella resurrezione... Era perfino riuscita a strappargli una risata con quella battuta: Già, è davvero simpatica 'sta ragazza! ma com'è che si chiama? si chiedeva, comincia per vu mi pare... Veronica?, Valeria? no... Viola, ecco come si chiama, chissà se è lei...

Invece era comparsa la sua ex-moglie, la sua seconda ex-moglie per l'esattezza: Ciao Luigi! come stai? Boh, come sempre, come vuoi che stia... e tu? Come sempre, come vuoi che stia, gli aveva rimandato lei sorridendo; e si era zittita. Era calato un certo imbarazzo: Agata, devi dirmi qualcosa? aveva inquisito lui. Sì... sono venuta perché ho una missione da compiere, aveva sospirato lei, dovresti firmare l'autorizzazione ai servizi sociali di cercarti un posto definitivo... l'UVG ha deciso che non sei più in grado di vivere da solo. Cazzo è l'UVG? era insorto lui. Credo stia per Unità di Valutazione Geriatrica, o qualcosa del genere... quella che ti ha fatto la visita il mese scorso. E decide della mia vita? Sì, esatto, hanno deciso che... Me l'hai già detto cos'hanno deciso! ho capito che non posso tornare a casa mia, questo hanno deciso, e tu sei qui per farmi firmare il consenso ad andare in galera... Perché, l'aveva canzonato lei, temi di perdere l'intensa vita sociale che stai conducendo da due anni a questa parte? stare a letto tutto il giorno in una casa o in una struttura... Si chiamano ospizi! questo è il loro nome! l'aveva interrotta furioso. Anche se gli cambi nome sono sempre ospizi pieni di vecchi malandati come me! anche questo è un ospizio, tutto il mondo è un ospizio! aveva concluso rabbioso. D'accordo, aveva accondisceso Agata pazientemente, chiamali come vuoi, ma comunque serve il tuo consenso per iniziare a cercarti un posto in un ospizio vero, definitivo, questa è una sistemazione provvisoria, lo sai... La piccola sfuriata aveva esaurito ogni loro energia: Lo so, dai qua... passami gli occhiali per piacere... e aveva firmato il foglio che lei gli porgeva. Alzando gli occhi aveva incrociato il suo sguardo rattristato: Non ti preoccupare, va bene così, l'aveva rincuorata, tanto ormai... sai dirmi che giorno è oggi? Sabato... Merda...

Tanto ormai... Agata era uscita da qualche minuto e lui cercava di ripercorrere il loro incontro per tentare di custodirlo nella memoria, ma già ne affioravano solo i brandelli; gli pareva che si fossero sedimentate solo quelle due parolette: tanto ormai... Già, cos'altro poteva fare, a questo punto, se non subire le decisioni altrui? Ma lui, aveva mai deciso veramente la sua vita? O si era sempre lasciato trasportare dal flusso di un'esistenza facile, quasi scontata? Be', certo non aveva dovuto scalare la vita, lui; l'aveva percorsa con spensieratezza, felice di non doversi inerpicare, e forse con un sottofondo di invidia per chi invece se la sudava: era stata come una passeggiata in montagna su itinerari poco impervi, la sua vita, simile a una di quelle che sua madre programmava a tavolino durante le vacanze quando era piccolo. La rivedeva impegnata sulle cartine del Cai, intenta a valutare gli scarti di livello e le difficoltà dei sentieri: ipotizzava obiettivi e durate, ma la decisione definitiva arrivava solamente a cena, dopo aver ascoltato le previsioni metereologiche: Bernacca dice che domani farà bello! allora si parte alle otto e mezza per il Toesca! ma arriviamo in macchina sino a Città, ché altrimenti il piccolo non ce la fa... decretava festosa. Lui cercava di ribellarsi: Non sono piccolo, ce la faccio benissimo! Ma lei lo zittiva: Vuoi saperne su di te più di tua madre? Allora cercava con lo sguardo il conforto del padre che però non arrivava mai: Dai Luigi, la prossima volta la si farà tutta a piedi, adesso è meglio fare come dice mamma che non sei ancora allenato, bimbo... La mattina saliva in macchina ingrugnato, deciso a contrariarli in tutto, ma se ne dimenticava presto, e la passeggiata, proprio come la sua vita, scorreva fresca e gorgogliante come i ruscelli che attraversavano per arrivare alla meta. Tornato a casa, però, rimuginava sui divieti, si riprometteva di argomentare meglio le sue risposte, immaginava lo stupore dei genitori per i suoi ragionamenti; disegnava, insomma, un altro Luigi, più autonomo, indipendente, sicuro, un Luigi che gli piaceva di più. Già allora era come se fosse due persone, ma una esisteva solo nella sua testa... Anche adesso, con Agata, si rimproverava di non aver resistito, di non averle fatto capire quanto gli pesava rinunciare alla sua libertà anche se fittizia, inadoperabile; ma non era riuscito, e gli sembrava di esser tornato bambino a mugugnare in solitario contro le decisioni della mamma.

Si sorprese a pensare che forse aveva sempre cercato di essere qualcun'altro, peraltro senza mai impegnarsi davvero a modificare se stesso. No, non era così: forse desiderava essere anche qualcun altro, mantenendo quel tanto di irremovibile, sancito, ineliminabile di sé che gli arrivava dalla sua vita, dall'educazione ricevuta, dall'amore, invero un po' opprimente, dei suoi genitori. E su quel qualcun altro aveva lavorato: di fantasia, da bambino, e di bugie da grande. Era come se la sua vita fosse scivolata su due binari paralleli: quello che gli accadeva, che lui accoglieva e sistemava senza problemi, e quello che avrebbe voluto che gli accadesse, che lui immaginava e non realizzava: troppa fatica ci sarebbe voluta... Gli pareva di rendersene conto davvero solo adesso che la sua vita stava finendo: aveva sempre ingannato tutti, soprattutto se stesso. Agata glielo aveva rimproverato durante la crisi più profonda attraversata dal loro matrimonio, quando aveva scoperto alcune delle bugie che lui aveva inventato raccontandole il suo passato, quel passato che l'aveva affascinata, coinvolta, innamorata: Sei un falsario, un falsario della vita, gli aveva urlato, cerchi altro e non sai nemmeno cosa... un'immagine di te che ti appaghi, probabilmente... vorresti essere uno, e sei tanti... e dei tanti che hai costruito, nessuno ti piace veramente... e nemmeno io so se mi piaci ancora..., aveva concluso sull'orlo delle lacrime: va' via, ti prego, lasciami sola, aveva chiuso.

Lui aveva cercato di minimizzare: Dai, mi piace inventare un po', forse avrei dovuto fare lo scrittore... L'avessi fatto! avresti potuto sfogare lì la tua smania di mentire... aveva ribattuto lei sarcastica. Mentire! madonna che parole! ti ho raccontato delle cose un po' dilatate, ho fatto in modo che la realtà fosse simile a quella che mi sarebbe piaciuta: il passato può sempre riaggiustarsi nel ricordo, diventare diverso... la memoria gioca, inventa... cosa ne sai, tu, della mia vita prima di te, se non quello che ti ho raccontato io? e cosa importa se alcune cose, piccoli particolari, li ho... nobilitati, facendo diventare realtà le variazioni che mi sarebbe piaciuto fossero accadute e invece sono rimaste ipotesi, sogni... Lei lo guardava, incredula, come se non l'avesse mai visto, o come se invece lo conoscesse da sempre per quel che era veramente: Diventare realtà? le bugie non sono mai realtà, altrimenti non sarebbero bugie... no, no, vai via, sparisci, per piacere... Lo aveva aiutato a prepararsi uno zainetto e l'aveva accompagnato alla porta: Ti chiamo fra qualche giorno, forse...

Aveva temuto che la loro storia fosse finita, che lei non si sarebbe più fatta viva se non per comunicargli il nome dell'avvocato; invece gli era arrivato un messaggio: Se ti va, torna. Era rincasato titubante, incerto, ma Agata lo aveva accolto apparentemente senza nessuna differenza. Salvo che, non appena lui accennava a parlare del suo passato, lei lo guardava con un sorriso appena accennato che gli pareva sprezzante, irridente. Le prime volte era insorto: Cos'hai da guardarmi con quel sorrisino ebete? Io? nulla, rispondeva lei, ascoltavo... Ma lui sapeva che mentiva a sua volta, e stava facendo una tara impossibile alle sue parole; allora aveva smesso coi ricordi, col passato, con le bugie ma anche con le verità; perché la realtà puoi ridisegnarla solo se qualcun'altro ci crede, altrimenti rimane solo un sogno, a volte un incubo. E così la sua immagine, quella che aveva pazientemente costruito per lei modificando i ricordi, aggiungendo particolari, inventando accadimenti si era come disseccata, raggrinzita, perché nessuno più la riconosceva; si era rassegnato e l'aveva conservata in un angolo della sua mente, sperando di poterla riutilizzare con qualcun altro; o altra, non si può mai dire nella vita... Invece stava morendo solo, ecco qual era l'unica verità su cui potesse davvero contare, ora. Chiuse gli occhi: voleva solo il buio.

Dorme? signor Luigi, sta dormendo? Stavo dormendo prima che lei mi chiamasse... aveva risposto di malagrazia. E intanto pensava: Ecco qua, ci mancava l'oca giuliva! ma perché devo sempre essere attorniato da deficienti? cosa ho fatto di male per meritarmi anche questo tormento? L'infermiera aveva subito ripreso il suo cicaleccio: Adesso arriva la merendina e poi facciamo quattro passi giusto per sgranchirsi un po', vero signor Luigi? Vero? cosa c'è di vero, avrebbe voluto aggredire lui, come faccio a pensare che sia vero questo orrore, questa vita senza esistenza, questa agonia senza altro rimedio che la fine! perché dovrei pensare che è la realtà, questa? Voglio Agata ad ascoltarmi! avrebbe voluto urlare, come nei primi tempi del nostro incontro, quando mi guardava con gli occhi sbarrati dalla meraviglia, e più inventavo più lei si innamorava, e più lei si innamorava più io abbellivo quella vita fittizia e la facevo diventare mia, la mia vita vera... di cui adesso ho smarrito i contorni, cui adesso non credo più nemmeno io... Cercava di rammemorarsi il volto di Agata quando le aveva porto il consenso firmato, la tristezza dei suoi occhi, il sorriso tirato; e voleva sovrapporlo al ricordo dei loro giorni belli, quando l'orizzonte non era ancora inesorabilmente sceso e il futuro appariva prezioso, fulgido, seducente. Ma tutto si confondeva nella sua mente, e le immagini scivolavano via senza che lui potesse più afferrarle; e l'una confutava l'altra, e l'anima non riusciva nemmeno a rifugiarsi nella nostalgia perché tutto gli appariva contorto, adulterato: un groviglio di realtà e immaginazione nel quale non riusciva più a districarsi.

Rivoglio la nostalgia, rivoglio il dolore della memoria! si torturava. E si straniva di non riuscire più a rimpiangere né quello che aveva inventato, né quello che aveva alterato perché gli pareva che la memoria sfarinasse, corrosa dalle ambiguità, sfigurata dalla finzione, contraddetta dal rammarico. Un'angoscia indicibile lo soffocava; chiuse nuovamente gli occhi, sperando di non riaprili più.