Carceri

26.04.2018

Di nuovo di fronte a un carcere, a una galera. Questa volta è un cpr dove vengono rinchiusi i colpevoli del reato di clandestinità. Persone che non hanno altra colpa che quella di non avere dei documenti in regola, perché per gli altri, per quelli che infrangono le leggi, c'è il carcere normale. È un concetto che alla gente sfugge, non facile da far capire: sei rinchiuso, privato della libertà senza aver commesso alcun reato "vero", in virtù di una legge ingiusta e inumana. A me il solo pensiero della reclusione genera uno sconvolgimento emotivo profondo, che ha a che fare con la cognizione, mentale ma anche fisica, della mia personale impossibilità di affrontare questa esperienza. Non riesco a subire alcuna situazione che imponga limitazioni alla mia libertà di decidere dove e come stare, anche quando generata da motivazioni protettive, di autotutela: un soggiorno in ospedale, per fare un esempio, mi genera lo stesso affanno, la stessa insopprimibile voglia di scappare, la stessa cupa disperazione che attanaglia l'animale intrappolato.

Ma c'erano dei compagni che "portavano solidarietà" agli incolpevoli ospiti del cpr, e così sono andata davanti alla struttura di corso Brunelleschi, in un giornata plumbea e fredda nonostante l'incalzare della stagione. L'avevo già fatto anni fa, quando si chiamava cie, con altri compagni e altri obiettivi. Trovata una vecchia roulotte, l'avevamo posteggiata davanti alla galera per alcuni giorni facendo operazione di controinformazione verso la gente che passava. Avevo rimosso quel ricordo, perché anche allora ero stata comunque in difficoltà. Con me stessa, chiaramente.

Due, credo, le matrici della mia incapacità: da un lato la "vergogna" per la mia situazione privilegiata, libera anziché imprigionata. Mi genera un imbarazzo sostanziale, ineliminabile, che mi fa ammutolire. Dall'altro, la mia imperizia, sempre negata ma non per questo meno vera, a connettermi con le persone quando non le conosco, soprattutto se mi trovo ad agire in un ambiente non "protetto": temo allora di essere importuna impicciandomi in affari che non mi riguardano, probabilmente anche di essere respinta. Forse perché quando sono coinvolta in una situazione difficile tendo ad isolarmi, a rendermi il più possibile immateriale, penso inconsciamente di violare intimità e privato di persone già in condizioni vacillanti che poco o nulla possono essere sollevate da un mio qualsiasi intervento.

E sono stupida. Perché la felicità che ho provato quando ho cominciato a sentire che da oltre il muro rispondevano, è stata inondante. Quasi non me ne capacitavo. Poco importava che gli occasionali compagni con cui balbettavo gli slogan mi guardassero un po' di sottecchi, forse divertiti dalla mia evidente inesperienza.

Poi certo anche le considerazioni politiche sono importanti, e soprattutto deve diventare basilare la cognizione della necessità della lotta e del conflitto ovunque si possa ipotizzare di agirli. E la consapevolezza dei soprusi che vengono perpetrati tra quelle sbarre deve quotidianamente accompagnare la nostra protesta e la nostra rabbia. Ma l'aria, che si riempiva di voci capaci di scavalcare muri e reticolati, già pareva meno fredda.