Anarchici e dintorni

05.03.2019

Io amo gli anarchici, la loro utopia irraggiungibile, il loro sogno aureo, collettivo e personale, egotico ma mai autoreferenziale. E amo Alessio Lega, cantautore anarchico, che di essere anarchico lo dichiara, per evitare fraintendimenti, perché non vuole fraintendimenti. Ma lui va ovunque lo chiamino i compagni, siano essi anarchici o comunisti, siano essi movimentisti o partito-dipendenti. Va dove pensa di poter cantare contro l'orrore dei nostri giorni e per il rifiorire della speranza. Va e porta la sua grande cultura musicale, e il suo desiderio di aprire, a tutti noi, orizzonti possibili, sguardi nuovi, emozioni di un istante o, più spesso, di un'intera serata.

Amo gli anarchici ma non amo gli anarcoidi, non amo il loro sguardo altezzoso, la loro battuta sempre dissacrante, la loro ipocrita condiscendenza verso le persone; la condiscendenza di quelli che sanno dov'è la verità, verità che tu non puoi raggiungere perché destinata agli eletti, a coloro che hanno capito, perché superiori, e tra i quali si annoverano. E nel lavoro si comportano esattamente, se non peggio, dei più biechi padroni destrorsi, sempre chiedendo e mai regalando, sempre inquisendo e mai sorridendo.

Io lavoro con un anarcoide, e giungo a detestare gli anarchici per questo, e arrivo a dire, quando l'alterigia e la inesistente empatia del mio datore di lavoro giunge al parossismo, che forse Josip aveva conosciuto gli anarcoidi e non gli anarchici, e comprendo -senza minimamente giustificarlo- il suo odio per l'anarchia.

Ma poi mi riprendo, e penso ad Alessio e a tanti altri come lui, che regalano loro stessi al nostro sogno comune, e continuo ad amare gli anarchici, e faccio ogni sforzo per non confonderli con gli anarcoidi. Ma talvolta non ci riesco, e mi dispiace.