16 pandemia 2020

Provò per l'ennesima volta ad accendere la radio, svogliatamente, tanto per sentire una voce. Era quella di Loredana Lipperini: Scriveteci, diteci come vivete questo momento... come affrontate la pandemia, la solitudine, la clausura... diteci cosa state leggendo... mandate tutto a fahre con l'acca in mezzo chiocciola punto rai, oppure un sms allo... Spense; sentire una voce, in realtà, la infastidiva. Eppure da tanti anni la radio era una presenza amica della sua solitudine. Ascoltava, interloquiva, ci si arrabbiava anche, a volte; e allora altercava rivolta all'apparecchio: Ma non capisci che... Che cosa? Chissà. E invece ora... cosa era cambiato? lei aveva sempre vissuto bene nella sua solitudine: perché avrebbe dovuto essere differente in questa situazione?

Invece il malessere l'aveva assalita subdolamente, strisciando lungo le sue giornate. Aveva cominciato proprio così, con il fastidio a sentire interrompere il silenzio che a volte, improvvisamente, dilagava nel quartiere: Non ci sono abituata, ecco il motivo... viviamo immersi nel rumore, nelle parole, nel disturbo uditivo continuo e inarrestabile... mi godo il silenzio... ecco cosa mi irrita: che venga interrotto. Sapeva di mentirsi, almeno in parte: perché i rumori consueti, i vicini, i bambini del piano di sopra, i camion che venivano a prelevare la spazzatura, i corvi che gracchiavano chiamandosi non erano cambiati, anzi, erano amplificati dalla reclusione forzata di intere famiglie in appartamenti a volte angusti per tutta quell'umanità; nelle case, adesso più di prima, risuonavano gli alterchi, le grida, la disperazione di chi faticava a reggere promiscuità inabituali, irrespirabili.

Scrivere, aveva detto la voce. Perché no? tanti anni prima aveva scribacchiato delle poesie, dovevano essere sepolte in qualche cartella del computer... Si sedette alla scrivania. Guardava il portatile ma faticava ad alzarne il coperchio, come se fosse paralizzata dalla responsabilità di compiere quella scelta: Ti stai rincoglionendo, bisbigliò sottovoce, muoviti Bassi, accendi 'sto coso... Quando si rivolgeva a se stessa si chiamava per cognome, un'abitudine cominciata chissà quando, un modo per spersonalizzarsi, per astrarsi da sé: Come se fosse possibile! sorrise. Smanettava tra gli scritti personali: Eccole! Si mise a leggere; fu travolta da uno tsunami di ricordi: quanto tempo era passato! Ritrovava i momenti in cui le aveva scritte, le case che la ospitavano allora, le situazioni che le avevano originate, ma non riusciva a connettere quella memoria all'oggi, come la sua vita avesse proceduto per salti e balzelli, incapace di tracciare un itinerario riconoscibile. Chiuse il file amareggiata, aprì un documento nuovo e cominciò a scrivere.

Difficile è opporsi / al silenzio del mondo.

O disperdere braci senza ustionarsi, / raccogliere gemme, / respingere incubi.

Stiamo sfiorando un tempo estremo / in bilico tra redenzione e sconfitta, / un tempo che consegneremo.

Saremo untori del nuovo, / o latori dell'inganno?

Rilesse: che banalità, commentò. Ma non riusciva a decidersi a cancellare tutto e lasciar perdere l'esperimento. Lo salvo ancora per oggi, decise, domani vedrò. Untitled1, va bene così, senza titolo. Si sentiva scontenta, incapace. Guardò l'orologio appeso alla parete: le ventuno e quarantacinque. Le pareva di avere sonno, ma temeva di risvegliarsi dopo qualche ora e non riuscire più a riaddormentarsi: Un'altra notte da bypassare, sospirò, ma avviò comunque la preparazione per coricarsi.

Invece dormì dieci ore filate, come non le succedeva da tempo, nemmeno la solita alzata strainsonnolita per la pipì di metà nottata. Bene! si congratulò di fronte al caffè. E adesso? la solita domanda, la solita risposta: boh... Però si sentiva meno infastidita, più propensa ad affrontare la giornata. Forse scrivere le aveva fatto bene, le aveva permesso di tornare a sé con un'azione concreta, forse la Lipperini non aveva torto... Si accese una sigaretta e riaprì il computer. Scriverò un diario, ma non come reportage di cosa succede, ma come investigazione di cosa non succede, di cosa manca, di cosa e come è cambiata la vita, decise. Consultò il calendario per mettere la data, la data vera, quella che sentiva appropriata; contò e scrisse: 16 pandemia 2020. Non c'era altro modo di misurare il tempo se non quello della durata della clausura dovuta al morbo. Continuò:

il tempo si è fermato, viviamo il tempo della morte, un tempo azzerato di futuro in cui non ci è più concesso scrutare l'orizzonte. È strano: ci siamo sempre lamentati della velocità con cui se ne vanno le giornate, e adesso che disponiamo di loro, questo tempo ci appare inusabile, frusto. Forse perché la dimensione che viviamo davvero, nella vita, è quella del desiderio, non della realtà. Ci piacerebbe, desideriamo, avere tempo, e poi quando l'abbiamo non sappiamo che farcene.

Non era esattamente così, e se ne rendeva conto. Il tempo non si era fermato, scorreva esattamente come prima, era la sua percezione del tempo che si era arrestata sulla soglia del futuro che non era più. Ecco! esclamò, è il futuro che manca, e il tempo senza futuro non serve a nulla. Le pareva di aver fatto una piccola scoperta, di aver messo un po' d'ordine nella sua inquietudine. Riprese a scrivere quasi con entusiasmo:

Dico una banalità: Il futuro è azzerato solo dalla morte, non dal suo pensiero. Ho vissuto tutta la vita col pensiero della morte, avendone terrore da bambina, cercando di esorcizzarlo da adulta, convivendoci con relativa serenità negli ultimi anni. Ma ora si tratta della sensazione della morte vicina, che si insinua nella vita, che impesta l'aria, che sfugge al controllo razionale. E questa percezione congela il tempo perché mina la speranza, il futuro. Il tempo che non permette lo sguardo al futuro non è più tempo di vita. Il mio sguardo, quando si alza per scrutare il domani, si imbatte in uno schermo opaco, grigio, che me lo fa rimbalzare addosso. E questo sguardo mutilato mi travolge con violenza, e mi fa soffrire.

Rilesse ancora: desiderio e futuro. Le tornavano alla mente antiche lezioni, il desiderio del desiderio, il desiderio che per essere tale non può essere soddisfatto, ché altrimenti diventa altro... E il futuro, inscindibile dal desiderio: il futuro è la dimensione temporale del desiderio, si disse. Voleva scriverlo, ma si negò: Altre banalità! manca solo che ti metta a far filosofia da quattro soldi... lascia perdere, Bassi, va là... Però salvò nuovamente il file, lo rinominò Diario dalla pandemia, chiuse il computer e decise che sarebbe andata a far la spesa.

Fuori la aspettava una giornata radiosa. La primavera sembrava volesse rompere ogni indugio per straripare nella città, l'aria era tiepida e pulita, purificata dall'assenza di automobili: Che meraviglia! pensò, fosse sempre così..., e scostò leggermente dal viso la mascherina per assaporarla meglio. Vedendola fare quel gesto un uomo che la stava incrociando si scostò bruscamente, interponendo ben più del metro di distanza imposto dalle normative. Lei riposizionò subito il marchingegno sul naso, urtata da quell'eccessiva difesa, e si voltò verso la sua schiena facendogli una boccaccia: tanto con la mascherina non può vedermi...

Fu folgorata da quel pensiero: non può vedermi! Ci toglie l'identità, 'sta roba addosso, rifletté, ma non come le maschere normali che ce ne consegnano un'altra, fittizia e temporanea, per scherzare, per fingere, per provare ad essere altro... no! queste ce la tolgono e basta, rendendoci tutti uguali e anonimi... Si guardava attorno per cercare di carpire, scrutando le persone in fila per entrare al supermercato, le differenze tra i volti: le parevano tutti uguali, impossibili da riconoscere. Sguardi opachi e capelli arruffati non permettevano di sondare le emozioni, le noie, le storie che i volti portano in giro per il mondo. Oddio!, pensò ancora, se gli occhi sono lo specchio dell'anima, come si dice, le anime di tutti noi si stanno nullificando, e i nostri occhi non sanno più riverberare nulla... L'aveva spaventata, questa riflessione, e di scatto si era voltata per tornare a casa, incapace di reggere quel vuoto che sentiva dilagare: Stai male, signora?, il ragazzo nero, in fila dietro di lei, si era accorto nonostante la mascherina, della sua inquietudine, e le porgeva soccorso. No, tutto bene... grazie... è tardi... non ho più tempo di far la fila... grazie. Sorrise, e intanto dentro esultava: ma allora si riesce ancora a comunicare qualcosa, forse solo i sentimenti e le sensazioni estreme, però si riesce... Assaporava qualcosa di simile a una piccola, ritrovata, felicità, ma le pareva di camminare su un crinale pericoloso: in bilico tra redenzione e sconfitta, ho scritto ieri sera, ricordò. Be', è proprio così.

Nei giorni successivi non aveva più ripreso il file, le pareva non le servisse più. In compenso aveva deciso, per scandire le settimane, di sottomettersi a delle abitudini sempre uguali, cosa che aveva sempre aborrito nella sua passata esistenza: Se 'sti giorni devono essere tutti uguali, che lo siano! aveva esclamato battagliera. Solo l'ora della sveglia era funzione della presenza o meno dell'insonnia, ma una volta alzata colazione, toeletta, ascolto della radio, gioco con la gatta, acqua ai fiori, acquisto del pane e/o spesa, pranzo, pulizia della casa, riempitempo vari, cena, nanna... Aveva voluto essere inesorabile, estrema, con la segreta speranza di annoiarsi presto di quella scansione ossessiva, e riuscire a ritornare alla sua anarchica gestione del tempo e, in qualche modo, a se stessa. Invece ci aveva preso gusto. Le pareva che rinchiudere le sue giornate in una griglia intoccabile di sequenze le privasse di quelle particolarità capaci di definirle; e questo le avrebbe permesso, in futuro, di ricordare il periodo come un tutt'uno inestricabile e compatto: il tempo della pandemia, quaranta, cinquanta, cento giorni tutti uguali di cui poter rievocare solamente il numero complessivo. Invece...

Oggi, 35 pandemia 2020, mi è arrivato un sms di Grazia: "Olivia è stata contagiata, è intubata in ospedale. Io invece non ho sintomi e sono a casa. Mi è parso giusto avvertirti. A presto, spero". L'unica cosa che mi è venuta in mente è di riprendere a scrivere qualcosa, ma non so cosa.

Guardava il portatile, la tastiera, la sua casa, ma non vedeva niente. E le pareva anche di non sentire niente, come se la violenza stessa del dolore provato leggendo la notizia avesse immediatamente anestetizzato la sua anima, raggelandola. Non voleva pensare a lei, a Olivia, non ne sarebbe stata capace senza farsi travolgere dai ricordi, e rinchiudendola nella memoria, le sembrava di consegnarla al passato, di condannarla in anticipo. No, meglio capire come esserci, come aiutare. Prese il cellulare per rispondere a Grazia, sua moglie: "Non riesco a crederci, non voglio crederci. Però dimmi se e cosa posso fare. Vi voglio bene". Immediata la risposta: "Aspettare. Purtroppo è l'unica cosa che si può fare. Ti darò notizie non appena ce ne fossero. Anche noi ti vogliamo bene, un abbraccio".

Aspettare. Significava riprendere a calcolare il tempo, a farlo scorrere minuto a minuto, giorno dopo giorno. E le sue stupide abitudini non avrebbero più potuto riempirlo. Si sentiva impoverita, ingiustamente impoverita. Olivia! Olivia, no! era l'unica cosa che riusciva a pensare, inebetita, annichilita dalla sofferenza. È come se mi stessero strappando un pezzo di me, pensò, perdere Olivia sarebbe perdere un pezzo importante di me, della mia vita! E forse il più importante, a giudicare dal livello quasi insopportabile raggiunto dal dolore che adesso era esploso devastandola. Noooooooo!!! ululò, e quell'urlo riuscì a liberare il pianto.

Aveva riaperto gli occhi che già imbruniva, non si ricordava né come né quando avesse raggiunto il letto e vi si fosse accasciata abbandonandosi a un sonno senza sogni. Si sentiva priva di tutto, forza, volontà, amore. Lasciò scorrere il pensiero senza controllo, e il pensiero tornò immediatamente a Olivia, al loro incontro, ancora adolescenti, ai primi anni di un'amicizia senza ombre, alla difficoltà di vivere un amore che sbocciava ma che non riusciva a percepire come tale. Si ricordava di quando Olivia le si era dichiarata; lei le stava raccontando di come aveva scopato con un tale e di quanto lui si fosse dimostrato non all'altezza delle sue aspettative, quando Olivia l'aveva interrotta afferrandole una mano e guardandola negli occhi: Io ho capito che amo solo te, Bassi... (Ecco perché si rivolgeva a se stessa chiamandosi per cognome, era Olivia che lo faceva! come aveva potuto scordarlo, come aveva potuto pensare di farlo per spersonalizzarsi, quando invece era l'appellativo che più la rendeva integra nel suo essere?) E lei, durissima, aveva risposto: Anch'io ti amo, Olivia, ma a me fa voglia solo il cazzo, non la figa... e non sai quanto mi dispiaccia... Hai mai provato? No... E allora come fai ad esserne sicura? Perché ho provato a evocarti masturbandomi, e ho perso per strada l'eccitazione... scusami, non volevo essere crudele, ma per me è così, aveva soggiunto vedendo la disperazione invadere lo sguardo dell'amica. Proviamoci, se non funziona prometto che ti lascerò in pace... solo da quel punto di vista, però... aveva concluso Olivia sorridendo. Avevano provato e non aveva funzionato. Sappi che resterai sempre la mia principessa azzurra, inarrivabile e desiderata come tutte le principesse che si rispettino, le aveva detto alzandosi dal letto. La loro amicizia, il loro amore aveva resistito alla sua frigidità: si raccontavano le loro storie, le loro avventure, i loro innamoramenti ridendo e piangendo complici. Ma non si erano mai più toccate. Poi era arrivata Grazia, un amore grande, "l'unico che può competere con te" le aveva confessato Olivia con gli occhi splendenti. Avevano comprato casa insieme fuori città, e poi il matrimonio, il sogno di avere un figlio... L'ultima volta che era stata a trovarle, sul finire dell'autunno perché a lei non piaceva la campagna d'inverno, si stavano informando sulla burocrazia necessaria per le inseminazioni; l'avevano messa al corrente del progetto con voce rotta dall'emozione; lei le aveva invidiate un po'.

Olivia! Macchinalmente, come spesso le succedeva negli attimi spuri che seguono il risveglio, la sua mano era scesa all'inguine, e la sua mente combatteva per evocare l'immagine di Olivia e offrirle un orgasmo come tardivo, inutile omaggio. Nemmeno questa volta ci riuscì. Si alzò e raggiunse la cucina per provare a mangiare qualcosa. Non le riuscì nemmeno quello. Tornò al portatile.

Rivoglio la speranza, quella vera, quella che si nutre di sguardi al futuro, di emozioni, di allegria. La mia speranza sei sempre stata tu, Olivia, e non ho mai pensato, davvero, di poterti perdere. Non sono nemmeno in grado di affrontare questo pensiero, perciò, cortesemente, vedi di non far cazzate e di guarire.

Rilesse e cancellò tutto. Fece di più, buttò il file nel cestino; poi chiuse il portatile, si accese una sigaretta, si versò una birra e sprofondò nel divano, svuotata. Cosa posso fare? Come posso affrontare il nulla, questo nulla, questa immobilità mortifera e obbligata, dove posso trovare un barlume di libertà per continuare a esistere? si chiedeva affranta; e non era in grado di congetturare alcuna risposta. Aspettare, ha detto Grazia. Sono trentacinque giorni che aspettiamo, tutti, avvolti in questa solitudine melmosa che smorza il sorriso, che nega l'attesa: perché attendere qualcuno o qualcosa è andare verso di esso, non rimanere impastoiati nella ragnatela del nulla e della solitudine! Aveva quasi urlato, e di nuovo il dolore le trafiggeva l'anima, e le pareva di non poter resistere un minuto di più.

Prese il cellulare per cercare delle foto di Olivia, per farla ritornare a lei; voleva pensarla intensamente, così intensamente da riuscire a evocarla per comunicarle tutta la sua desolazione. Trovò l'immagine che amava di più, a figura intera mentre camminava verso di lei sorridendole; fissò intensamente il suo volto, chiuse gli occhi per contemplarla nella mente ma la memoria cortocircuitò restituendole le immagini viste alla televisione dei degenti intubati e messi proni per agevolare la respirazione, ancora più grotteschi e umiliati in quella posizione incomoda; Olivia era questo ora, corpo ridotto a cosa, a mera entità sofferente. E io quel corpo non sono riuscita ad amarlo! si straziava, e le pareva di aver perso l'occasione della sua vita.